" Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone "
(Italo Calvino, Le Città Invisibili)
< Non riesco a sopportarne il pensiero. Continuo ad immaginarti che >
Mi risponde sorridendo con
gli occhi, d’un sorriso appena accennato e dolce, la cui intensità contiene già
tutto ciò che verrà dopo.
< Piccolo, funziona come
il pendolo di Poe, ma al contrario >
La osservo anch’io, un occhio
irritato dal pelo del plaid, il mondo sdraiato dietro di lei.
< Tradotto? >
< I pensieri che ti
feriscono. All’inizio è come se ti passassero di fronte avanti e indietro, di
continuo, ti sembra di non poter sostenerlo. Poi passa il tempo, e la parabola
dell’oscillazione si allarga, quell’immagine compare sempre più di rado nel
raggio della coscienza, passa altro tempo, l’arco si tende ancora, infine
scompare >.
< E’ la versione
intellettualoide di “il tempo lenisce ogni ferita”? >
Mi abbraccia con uno sguardo
placido, del genere “che posso farci”, calmo come l’aria oggi sulla collina.
< Buffo, centrando sempre
l’attenzione sullo strumento di tortura non avevo mai colto la metafora nel
racconto > tra me e me
< E’ lo scorrere del tempo che uccide >.
< Vedi, è già passato >
mi mente, mentre si alza < Tempo
brucia tutto >
(una citazione tra noi e noi)
E con l’indice mi ruba un
bacio dalle labbra, prima di dirigersi verso l’altalena.
< Anche il metronomo
funziona come un pendolo, no? > le urlo dietro tirandomi su dalla coperta
mezzo anchilosato.
Muovo due passi tra le
pratoline, sgranchendomi la schiena.
Edgard Allan Poe era
ossessionato, ha declinato in decine di modi quasi sempre lo stesso tema,
quello del sepolto anzi-tempo: uccisi
murati, sepolte catalettiche, un cuore “sepolto vivo”, una nave che sprofonda nell’abisso
e ne risale, un uomo che sprofonda nella morte e – mesmerizzato – ne risale, un
uomo salvato dall’oscuro pozzo dov’era minacciato da un atroce strumento di
tortura.
Ma è difficile ragionarne
oggi, qui sul prato, mentre lo scorrere del Tempo ci ha steso davanti la
primavera.
Guido in direzione Ascoli Piceno, e a dispetto
dei mesi trascorsi non ho ancora digerito quel boccone ma essendo innamorato di
questa ragazza che ha i colori di un’alba sul mare, non vorrei che i fantasmi
passati mi si sdraiassero sul petto come la cosiddetta “pantafa”.
All’epoca eravamo abituati a
darci la buonanotte leggendo insieme ogni sera una della Città Invisibili
narrate da Calvino.
Questo mi aveva ispirato una
sorta di “soluzione”.
< Arrivati >
< Casa dei tuoi nonni?
>
< No, un po’ più su, dove
termina la strada >
Ci si deve infilare in una
tendina ciuffosa di piante infestanti, tra un vecchio cancello divelto e la
rete metallica, per accedere a uno spiazzo incolto, bianco e verde di ghiaia ed
erbacce.
< Ti presento i miei
possedimenti >
< Cosa? >
< Sì, la proprietà è di
mio padre, ma non è né coltivabile né edificabile, in pratica è del tutto
inutile >
< Mi sembra un posto
indicato per i nostri pic-nic > canzonatoria
< hai portato una birra
fresca? >
< Ti spiego l’idea che ho
avuto > raccogliendo alcuni sassi e canne di bambù dal limitare del terreno
< ogni volta in cui qualcosa tra noi mi creerà un conflitto interiore, prima
di litigare in modo impulsivo verrò fin qua e costruirò un piccolo edificio in
miniatura.
Mi è venuto in mente leggendo
“Le città Invisibili”, di costruire un posto che non voglio abitare in un luogo
inabitabile >
< E’ un “atto di bellezza
insensata” per prendere tempo? >
< Non lo so. Magari dare
una casa a certe sensazioni può aiutare a buttarle fuori. Poi sì, forse è un
modo creativo per prendere tempo >
< Sarà una città
mostruosa? >
< Dipende da quante volte
e quanto mi farai incazzare piccola, spero che venga fuori come quei paesini
abbandonati di montagna piuttosto che come Roma, in linea di massima. Spero
>
< Verrà grande, grande,
come Città del Messico > sbeffeggia
abbracciandomi.
Trattengo uno starnuto,
mentre mi chiede
< Come si chiamerà? >
Gabbiani.
< Mi sa che devo
aggiungere un nuovo edificio a Distòpia >
< Sei uno scemo >
E pianta l’azzurro degli
occhi dentro i miei, pensosa.
< La mia città è molto più
bella della tua >
< La tua? >
< Sì: Ironia. Ha anche un
esercito, come Sparta, sai? Se ci fosse una guerra tra le nostre città la tua
popolazione di occulti storpi e disagiati non avrebbe speranza >
< Sei tu scema >
ridacchio.
< A parte tutto, non
voglio che costruisci più nulla, davvero >
Espressione punto di domanda.
< Non perché non te ne
darò motivo, figurati > e mi carezza il petto nudo, mentre divago su quanto
il suo sorriso mi ipnotizzi.
< Mi sono immaginata una
scena da film horror: io me ne sto tranquilla con te, ormai sono anni che
stiamo insieme, poi un giorno una specie di sesto senso mi fa tornare in mente
quella giornata nel tuo terreno. Tu sei via per lavoro, io decido di farci un
salto. Varco il cancello, e mi ritrovo davanti una megalopoli tutta sghemba,
costruita con cura maniacale, ma malata nell’aspetto, con cunicoli insensati,
feticci di rami e canne e coperta di scaglie di corteccia disposte come lame.
Mi chiedo in che modo negli anni che abbiamo passato io ti abbia dato spunto
per creare una città così sbagliata e malvagia >
Le tocco un seno,
nascostamente, sbirciando la spiaggia di sottecchi per controllare che nessuno
noti le mie effusioni.
< Spaventoso >
< E’ un modo per seppellire vivo ciò che provi > seria
< e io non lo voglio. Quando hai qualcosa da dirmi, dimmelo, e in qualche
modo risolveremo, insieme >
Mi giro supino
sull’asciugamano
< Sarà davvero una città
invisibile così >
Rimango zitto, afferrando un
pugno di sabbia, che faccio scorrere come una cascata allargando la feritoia
nel palmo stretto.
La sabbia è fine e calda e il
sole fa un rumore accecante, sopra lo sciabordio delle onde sulla battigia.
Anche la felicità, lieve,
sembra che in questo istante si possa toccare.

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