mercoledì 18 giugno 2014

Pezzi di Vetro


Non conosce paura l'uomo che salta 
e vince sui vetri e spezza bottiglie e ride e sorride, 
perchè ferirsi non è impossibile, 
morire meno che mai e poi mai. 

F. De Gregori


Carletto era uno di quei personaggi che in qualsiasi giornata avresti potuto trovare poggiato alla solita colonna del portico o infilato nello stesso Pakistano a comprare Hollandia da infilare nei pantaloni sdruciti presi in Montagnola.
Dopo esser stato lasciato da Alice, trovavo conforto nel prendere la bici e inforcare Via del Pratello, sapendo che lo avrei trovato lì, pronto ad ascoltare le mie ferite, tra birre spisciate, cartine rollate e racconti di vicissitudini bukowskiane.
Due giovani bombardati da troppa vita, dai Negroni, la poesia, un amore smisurato per le donne.
Il suo aneddoto più sensazionale lo vedeva recarsi al funerale del poeta Gregory Corso, lì nel cimitero acattolico al Testaccio, a gettargli un pezzetto di hascisc nella bara affinché tenesse compagnia nell'aldilà al poeta beat.
Non mi sono mai interrogato sulla veridicità o meno della cosa, era una bella storia, ed un tipico gesto "alla Carlo".

Una serata d'estate, dal sapore appiccicoso di polline, lo incontrai, come sempre per caso, o per una sorta di matematica del caso, nel mezzo di una sbronza più violenta del solito, ai Giardini di Filippo Re.
Sarà stato il caldo opprimente, ma l'unico antidoto a che il pensiero di Alice mi si infilasse tra petto e stomaco come la "pantafa" delle narrazioni popolari, era seminare questo pensiero, improvvisando, uscendo, bevendo, conoscendo, parlando, fumandogli addosso.
Presso un angolo scostato tirai fuori una boccetta di Ginjnha quasi svuotata dell'Amaro del capo con cui l'avevo rabboccata e ne offrii un sorso a Carletto.
< Questa bottiglietta l'ho comprata proprio con lei durante il nostro viaggio in Portogallo > dissi.
< Simo, tu devi liberarti di Alice. Adesso ti faccio fare un rituale di psicomagia! >
Lo guardai perplesso, non tanto per l'uscita mistico letteraria - avevamo parlato varie volte di Jodorowsky - più che altro perché era insolito mi desse consigli uno che non sapeva darne mezzo neanche a se stesso.
Realizzai di essere messo davvero male.
< Segui quello che ti dico: finisci di bere l'amaro rimasto alla calata > prima danne un goccio a me < poi distruggi la bottiglia >.
Bevvi senza farmelo dire due volte. 
Esitai, invece, prima di infrangere il ricordo del viaggio, ma eseguii. 
La bottiglia andò in frammenti contro il muro del casolare dietro cui avevamo orinato.
Vetri come stelle cadenti.
Senza troppi entusiasmi, ma giusto con un'inclinazione aumentata di quel sorriso tabaccoso a mezz'asta:
< Bravo! Adesso recupera i vetri, scava una buca nel terreno, infilaceli, ricoprili, e poi bagna la terra con questa birra > tirando fuori una lattina dal solito chissadove.
Feci anche questo, con la testa mezza cerchiata dall'alcool, e l'incuranza di quelle sere dove sai che ti risveglierai in condizioni random.
Mi sentii fiero ed elettrizzato, non che credessi alla magia del gesto, ma a livello simbolico sentii di aver fatto qualcosa di potente.

La mattina dopo mi svegliai all'ora di pranzo, con gli abiti ancora indosso, terra sotto le unghie, l'alito etilico. 
Uno schifo ma, non saprei dire perché, sollevato rispetto ai giorni precedenti.
Ogni secondo che il pensiero tentava di inalberarsi in ricordi o congetture riguardanti la mia ex, io frapponevo il "rito psicomagico" della sera prima, dicendo, dentro di me: < Sono forte, visto cosa sono stato capace di fare? >
Non so se fosse un effetto placebo, ma funzionava, e nello stato di dolore acuto di quel periodo, tanto bastava.
Decisi di applicare la filosofia di questo primo successo a tutto ciò che riguardava Alice, come per svegliarmi a schiaffi dicendomi 
< E' inutile sperare che torni. E' finita >.
Per prima cosa eliminai tutte le foto insieme da quello specchio perennemente riflettente la nostra vita che è Facebook.
Senza fretta, anzi, queste privazioni giornaliere scandivano il mio calendario come medicine da prendere ad orari ben precisi.
Un giorno staccavo le foto dalle cornici sopra il letto, l'altro buttavo qualche oggetto dal mero valore di feticcio (un biglietto del cinema, un pupazzetto ecc.) e così via, fino ai passi più drastici, come eliminare il numero di telefono dalla rubrica del cellulare.
La "cura Cartagine": radere al suolo ogni ricordo, ogni possibilità, e rendere il terreno sterile e maledetto gettandovi del sale.
Il peso sul petto si andava alleviando a forza di compiere questi catartici olocausti, ed anche la mia vita sociale stava diventando meno compulsiva.
In realtà, finché si è trattato di miglioramenti d'umore, è andato tutto in modo piuttosto veloce, mentre per ciò che sarebbe successo in seguito, il processo avrebbe richiesto più tempo.
Il primo segnale, a pensarci oggi, è stata la diminuzione del ritmo delle pedalate. 
Mi stavo placando, non volevo più attraversare Bologna a velocità folle in cerca di adrenalina dal sapore adolescenziale.
A questo rallentamento però, non corrispondeva un'attenzione maggiore, né un'aumentata capacità di osservazione, né alcuna forma di piacere nel fare attività sportiva.
Lo sbalzo di temperatura tra il tepore sulla pelle scalando il Ponte Matteotti e l'aria fresca sfrecciando giù verso l'incrocio col Viale non mi procurava alcuna sensazione. 
Solo calma. Atona.
Carletto era sparito, come a volte faceva, per lo scooter sfasciato, per lo sfratto, stavolta perché si era rimesso a giocare in borsa e gli stava girando bene.
Prima di eclissarsi dopo una "Paris Dabar" in miniatura, aveva fatto in tempo a presentarmi Sofia, una studentessa dell'Accademia di Belle Arti, dal fascino etereo, un po' "sfasata" e anche lei incline al bere.
Con Sofia ci siamo presi subito parlando di Pasolini e di poesia nella " realtà bruta ", così decidemmo su due piedi di fare un " pellegrinaggio " a Villa Aldini, sul Colle dell'Osservanza. 
Dopo la riuscita della gita ci è venuto naturale iniziare a palleggiarci tra mostre e bar in giro per Bologna.
Non vi racconterei tali banalità se non ci fosse un "Perturbante".
Per quanto le intenzioni delle donne rimangano avvolte nell'indeterminatezza e nella mutevolezza, nonostante i presunti "segnali" che dicono di inviare, in questo caso era diventato abbastanza evidente un interesse di Sofia nei miei confronti.
Una volta accortomi della cosa, sono stato costretto a chiedermi cosa provassi io.
Mi resi conto con una certa sorpresa che nonostante il bell'aspetto, la cultura e la "levità" della mia nuova amica, io non provassi niente.
Cosa più strana: al di là dell'elenco di qualità, Sofia incarnava la tipologia di ragazza-che-finisce-automaticamente-per-piacermi.
Neanche il fatto che quando uscivamo insieme lei pendesse dalle mie labbra, facendomi sentire il fulcro del mondo, riusciva a smuovermi.
E anche se avesse potuto essere - opportunisticamente - solo un banco di prova per vedere se riuscivo a rialzarmi dopo la storia con Alice, questa prova non stava dando un esito positivo.
Persino pensare ad un flirt con Sofia, in modo squallido, come una specie di "vendetta" verso Alice, non sortiva da stimolo.
E non perché fossi così maturo da non fare pensieri meschini del genere. 
Non dovevo più vendicarmi, perché Alice era morta.
Uscivo volentieri con Sofia e facevo cose non perché provassi chissà quali emozioni, semplicemente stavo calmo. Ancora. 
Calmo. Apatico.
Bene così, non sapevo a quale fase dell'elaborazione del lutto corrispondesse questo atteggiamento, ma non faceva male, e tanto bastava.
Passavano le settimane, in un susseguirsi di segnali, di stati, se vogliamo, molto soggettivi. 
Ero passato dal rifiuto autopunitivo del cibo, ad un'anaffezione verso il cibo. 
Mangiavo, ma per dovere di sopravvivenza, senza provare stimoli e - a ripensarci ora - sapori.
Non studio - non lavoro - non guardo la TV - non vado al cinema - non faccio sport.
Poi le cose si sono fatte più strane, stavolta in modo oggettivo.
Una notte un temporale estivo mi aveva impedito di uscire, strappandomi dalla mia sindrome da iper-socializzazione.
Era da tempo che aspettavo l'occasione per vedere alcuni film e decisi di metter su chiavetta " Carnage ".
Preparato il set ideale, appoggiando cartine, tabacco, posacenere e telecomando sullo sgabello accanto al divano letto, inserii la chiavetta e premetti play.
Error.
Strano, questo lettore in genere tritava qualsiasi tipo di file.
Non starò qui a dire quanti e quali prove con altri lettori, con altri file, altri film, altri supporti ho fatto, quella sera e in seguito.
I film mi si negavano.
Dopo alcuni giorni in cui il mondo mi sembrava impazzito, ebbi l'idea che forse provando a vedere un film con un altro amico, avrei scoperto se questo fenomeno si presentava ugualmente (entrando quindi nel paranormale), se si presentava solo a me e a lui no (entrando nel campo del neurologico), se non si presentava affatto (entrando nel campo della bizzarria necessitante ulteriori controprove).
Quasi a volermi dissuadere dal perdere tempo, un nuovo fenomeno ha risposto al primo quesito, aprendo una nuova, terribile voragine percettiva.
Le pagine dei libri sono di colpo diventate bianche!
Ironia della sorte, volevo riprendere in mano " L'uomo che ha scambiato sua moglie per un cappello " di O.Sacks, per auto-diagnosticarmi qualche fantasiosa patologia psichiatrica, ma le pagine - che già anni prima avevo sfogliato - erano un po' invecchiate, ma non più stampate.
E così i libri a seguire, tutti senza contenuto.
La cosa più grave, al di là della follia della situazione, era il fatto che non fossi per nulla scomposto; calmo, persino in quest'occasione.
Mi tappai in casa nonostante il caldo agostano, ordinando solo pizze per giorni, mentre anche i Browser per navigare iniziarono a bloccarsi.
Dissi a me stesso che era inutile cercare di provare a navigare da altri computer.
L'intensa ma fragile situazione creatasi con Sofia si spense da sé, dopo i miei forzati e vaghi dinieghi ai suoi inviti, quando lei tornò in Molise per le vacanze.
Tutt'intorno una danza di copertine che scoloravano e poster che arrivavano a diventare indistinguibili dal muro.
Ogni tanto qualche amico chiamava < Che fine hai fatto? Non ti si vede neanche più su Facebook >. 
Grazie al cazzo. Non risposi più a nessuno nelle settimane a seguire.
Pur senza avere la spinta per risolvere una situazione così anomala, mi forzai ad uscire per andare a fare spesa, almeno finché duravano gli ultimi soldi della disoccupazione, dopodiché sarebbe stato il caso di preoccuparsi sul serio.
Sarei andato a parlare con Marika o qualche altra persona di cui potessi fidarmi ciecamente, per farmi consigliare su un da farsi, che da solo non avrei mai fatto.
Uscii di casa in un giorno di sole, che non mi sferzò, nonostante vivessi recluso da tempo.
Mi accorsi all'istante del motivo: il mondo appariva…desaturato, con piccole macchie di bianco e nero qua e là.
Ero impazzito, pensai, ma possibile restare così raziocinanti durante una forma tanto acuta di follia?
Decisi di prendere la bici e di fare il solito tragitto Bolognina - Pratello.
Pedalai piano, osservando l'insolito effetto cromatico di quella grigia giornata di sole pieno.
Un po' presto come orario per trovare Carlo, infatti non era in giro, né rispondeva al cellulare, ma avrei potuto suonare a casa di Marika come da programma.

< Simo, ma che fine hai fatto? >
< Sto passando un brutto periodo >
< Eh, immagino >
< In che senso? >
< Per Carlo, dici >
< Carlo? >
< Dio, non sai niente? >

Mi infilai in un cinema a vedere su uno schermo antracite non so che film pubblicizzato da un manifesto grigio come una lapide.
Eppure i pochi spettatori, tra una sgranocchiata di popcorn e lo sguardo reciproco di una coppia, mostravano reazioni a ciò che veniva proiettato.
Dei sorrisi, perlopiù, qualche risata ogni tanto.
Tumore fulminante
Se anche avessi visto qualcosa proiettato, dubito che avrei sorriso.
In ogni caso, gli altri vedevano il film, il problema era solo mio.

Tornato nel mio bunker domestico, mi domandai come fosse possibile non stessi versando neanche una lacrima.
Pensai molto, in compenso: a Carletto ovviamente, e a tutti i bei ricordi insieme, alla mia ex…perdio, non ricordavo nulla di lei.
Alice è il nome che ho scelto a posteriori per designare il vuoto che mi riempie.
C'era qualcosa che dovevo verificare: nella penombra del monolocale, rovistai tra la bottiglie di vino.
Ne vuotai una scolata a metà, e la spaccai sul bordo del lavandino.
Pezzi di vetro, come la sera del rito psicomagico.
Era destino che io finissi per colpa di una bottiglia.

Ottobre, Ancona, Spiaggia della Grotta dell'Angelo.

Osservo l'orizzonte da sopra uno scoglio cinto da acque agitate.
Un lieve piovischio scende timido, tra le braccia di un vento scultore.
Sarebbe uno scenario grigio anche se non vedessi tutto grigio.
E' un posto di cui mi aveva parlato Carlo con aria sognante, e mi sembrava giusto salutarlo da qui.
E' degno del peggior melodramma, ma tutti i protagonisti di questo racconto sono morti, per ora.
Alice non esiste più, è dall'altro lato di uno specchio infranto.
Carletto non sono neanche riuscito a salutarlo.
In quanto a me, una mezza spiegazione ho provato a darmela, prendetela per l'ipotesi che è.
Credo che Carlo, già malato, avendo officiato quell'improvvisato rito nel parco, abbia infettato il mio strazio mentale con qualcosa di più potente, rendendolo fisico.
Ma magari Carlo è innocente, e l'artefice di tutto sono io, che ho ucciso Alice simbolicamente, senza immaginare che essendo stati così legati l'uno all'altro per anni, eliminare lei avrebbe coinciso con ammazzare tutta la parte di me legata al piacere e alle emozioni.
Non riuscendo più ad associare sensazioni ai significati, è possibile che questo scritto sia freddo come quest'acqua che mi mulinella attorno ora.
Adesso siamo soli Carle', il clima è orrendo, per scendere qui ho dovuto introdurmi in un cantiere e scendere da un sentiero che in teoria sarebbe vietato percorrere.
Nessuno verrà a disturbarmi mentre mi bevo una bella bottiglia di Forst.
Scolata la birra, infilerò dentro questo scritto, lo sai, io sono sempre stato un tipo più da "racconti".
Poi infilerò un foglio dove ho trascritto questa poesia:

'Comuni' all’orizzonte 

Radicante dell’amicizia 
osmosi cerebrale da ignoto 
confusione totale all’altezza del pensiero 
Giocolieri dell’esistenza 
ci attendono al varco 
sanguinando esperienza 
Sentiamo i loro denti masticar l’asfalto 
noi cariati nell’entusiasmo 
cariatidi dell’autodistruzione 
Li vediamo appisolarsi su un sogno 
noi appena usciti da un incubo 
Ci abbracceremo 
anche astemi 
Ci esalteremo 
alcolicamente negati alla sobrietà 
'Spostati' 
manderemo baci lisergici alla luna 
Basta allungar la mano 
E’ poco oltre l’immaginazione. 

Carlo S.

Riempirò di sabbia lo spazio che rimane tra i fogli, sperando che una volta ricalcato il tappo di latta e lanciata la bottiglia in mare, essa affondi.
Forse serve un atto magico compiuto con dei vetri intatti per ricucire i frammenti infranti di chi è rimasto.
Non riesco a immaginare altro che la Poesia, da cui possa rinascere la vita.
E, Carle', con quel sorriso filosofico, in fondo ti ci vedo ad officiare lo scherzo di un lieto fine.
E' poco oltre l'immaginazione.




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