sabato 9 agosto 2014

Il ladro dell'universo


C'era una volta 
un ladro senza importanza, un tombarolo, per la precisione, un piccolo  ladro buono solo a rubare a persone indifese, nella fattispecie ai morti.
Durante uno dei suoi scavi solitari, presso le pendici di un declivio prospiciente un tempio Greco, il terreno si aprì sotto i colpi del suo strumento lasciando scoperto l'accesso ad un cunicolo.
Il ladro si avventurò speranzoso all'interno del tunnel, con la sensazione che stavolta avrebbe trovato qualcosa di più di qualche moneta o di cocci sbreccati d'anfora.
Il percorso sotterraneo si estendeva per centinaia di metri, tanto che il tombarolo ebbe tempo e modo di fantasticare fosse uno di quei passaggi ctòni che secondo alcune leggende conducono rapidamente da un luogo all'altro del globo. 
Immaginarsi la sorpresa del ladruncolo quando varcando la soglia di un'enorme cripta, vide confermata la natura misteriosa del passaggio.
La cripta, dall'insolita pianta sferica, presentava scaffalature in pietra a cerchi concentrici, nelle quali erano disposte ordinatamente migliaia di piccole sfere di colore simile al nero.
Non proprio nere, si trattava di un colore diverso, che si sarebbe potuto dire "inconoscibile",  e diverso in maniera impercettibile da sfera a sfera.
Osservando meglio, le sfere non poggiavano neanche sulle mensole incavate nella roccia, ma levitavano, vibranti di energia.
Il ladro fu preso da spavento, e quasi pensò di tornare sui propri passi dimenticando quel luogo stregato, ma d'un tratto qualcosa gli passò per la mente: l'impressione che forse per una volta avrebbe potuto concludere qualcosa di più di ciò cui l'aveva abituato la propria piccola vita.
Si avvicinò alle sfere, esaminandole con lo sguardo, senza azzardarsi a toccarle.
Alcune emanavano sensazioni positive, altre erano inavvicinabili anche alla vista, tanto trasudavano malessere, quasi fossero un condensato di malvagità, violenza, panico.
Dietro alcune sfere, cavità circolari da cui filtrava aria, lasciavano intuire altri spazi, simmetrici alla cripta.
Il ladro si fece coraggio, e provò a sfiorare una sfera; come lo fece, il pensiero di sua moglie gli esplose in testa, con la forza dei tempi in cui si erano conosciuti e amati nei primi anni.
La stanza sembrava odorare dei capelli di lei.
Il ladro sperimentò il contatto con un'altra sfera, e stavolta provò a spostarla, ma quest'ultima, sebbene non più grande di un pugno, pesava troppo per poter pensare di prenderne più di una sola.
Non sapendo quale manufatto trafugare, il ladro si tappò gli occhi, fece dei giri in tondo su se stesso – gli sembrava di sentire delle voci – e si diresse alla cieca verso una sfera tra quelle che emanavano sensazioni di benessere.
Aprì gli occhi e la prese in mano: la sensazione che trasmetteva è che le cose sarebbero andate bene.
Con fatica, la disinserì dalla scaffalatura incavata nella uber-sfera della cripta.
Si udì un clangore secco, come di un meccanismo che s'inceppa, che rimbombò forte nella cavità e propagò il proprio eco nelle altre stanze.
Il cuore del ladro sobbalzò.
Dopo alcuni istanti interminabili, constatò che non succedeva nulla, pertanto caricò la sfera nella sacca e si avviò a ritroso nel cunicolo, caricandosi le spalle del pesante reperto.
Era proprio un piccolo ladro, a pensare alla propria pancia e ai benefici dell'eventuale vendita di un singolo pezzo, piuttosto che a quelli che avrebbe portato condividere l'incredibile scoperta con gli altri.
La via del ritorno era faticosa, gravata com'era dal peso e dall'affanno derivato dalla magica situazione.
Proseguendo lungo il tunnel, il ladro si accorse che la strada era differente da quella percorsa all'andata.
Inoltre, non avvertiva più alcuno sforzo fisico.
Il ladro si fermò, in preda al panico.
Quand'ecco, una voce ruppe il silenzio:
< Ladro! >
< Chi..chi parla?! >
Una creatura umanoide, dal volto sferico, si parò davanti al tombarolo.
Il viso dell'essere, ad un esame più accurato, sembrava composto da miliardi di microscopici altri volti, come una sorta di assurdo atomo puntinista.
< Io sono il Demiurgo >
Il ladro, tremante di terrore < Il...cosa? >
< Il Demiurgo: il direttore dell'Archivio delle Idee, se preferisci >
Il ladro non capiva più nulla.
< Il mio ufficio, l'Iperuranio, è il luogo dove sono archiviate tutte le pure idee che sono alla base dell'universo che tu conosci >
< Ma che significa? >
< Significa che hai combinato un bel pasticcio: quella che hai rubato è l'idea di Giustizia >
< L'idea di Giustizia? Che significa? Non ci sarà più giustizia nel mondo? >
< Se ragionassimo in ottica umana, questa sarebbe un'ottima deduzione per una persona nella tua situazione di spaesamento.La questione è un po' più complessa: le idee sono tutte collegate tra loro, e l'una non può fare a meno dell'altra.Sottraendo l'idea di Giustizia, è come se avessi inceppato l'intero ingranaggio. Tu hai trafugato l'idea di Giustizia, ma le conseguenze si riflettono sulle altre idee, anche all'apparenza distanti, come quella di 'Solitudine', o quella di 'Uomo', difatti, ahinoi, anche tu vai scomparendo, piccolo ladro >
< Ma...ma è impossibile! > esclamò quest'ultimo, realizzando di star diventando immateriale.
< Fermo! La rimetto subito a posto > gridò, cercando di tornare sui propri passi.
< Non importa, faccio prima a ricreare tutto da capo, dopo tanti milioni di anni l'archivio era davvero in disordine, e le cose non funzionavano poi tanto bene, ad essere sinceri.
Ho giusto in mente delle idee per delle NUOVE IDEE >.
Il ladro, ormai inconsistente, si ammutolì.
Le parole non uscivano, essendo compromesse le idee che avrebbero dovuto generarle.
La trasparenza che aveva preso il posto del ladro avrebbe pianto dalla disperazione, ma com'è ovvio non c'era più né l'idea della disperazione, né tantomeno quella delle lacrime.
Infine, non ci fu più neanche 
il ladro che una volta c'era.

E questo è esattamente ciò che scriverò sulla mia dichiarazione dei redditi di quest'anno.



mercoledì 18 giugno 2014

Pezzi di Vetro


Non conosce paura l'uomo che salta 
e vince sui vetri e spezza bottiglie e ride e sorride, 
perchè ferirsi non è impossibile, 
morire meno che mai e poi mai. 

F. De Gregori


Carletto era uno di quei personaggi che in qualsiasi giornata avresti potuto trovare poggiato alla solita colonna del portico o infilato nello stesso Pakistano a comprare Hollandia da infilare nei pantaloni sdruciti presi in Montagnola.
Dopo esser stato lasciato da Alice, trovavo conforto nel prendere la bici e inforcare Via del Pratello, sapendo che lo avrei trovato lì, pronto ad ascoltare le mie ferite, tra birre spisciate, cartine rollate e racconti di vicissitudini bukowskiane.
Due giovani bombardati da troppa vita, dai Negroni, la poesia, un amore smisurato per le donne.
Il suo aneddoto più sensazionale lo vedeva recarsi al funerale del poeta Gregory Corso, lì nel cimitero acattolico al Testaccio, a gettargli un pezzetto di hascisc nella bara affinché tenesse compagnia nell'aldilà al poeta beat.
Non mi sono mai interrogato sulla veridicità o meno della cosa, era una bella storia, ed un tipico gesto "alla Carlo".

Una serata d'estate, dal sapore appiccicoso di polline, lo incontrai, come sempre per caso, o per una sorta di matematica del caso, nel mezzo di una sbronza più violenta del solito, ai Giardini di Filippo Re.
Sarà stato il caldo opprimente, ma l'unico antidoto a che il pensiero di Alice mi si infilasse tra petto e stomaco come la "pantafa" delle narrazioni popolari, era seminare questo pensiero, improvvisando, uscendo, bevendo, conoscendo, parlando, fumandogli addosso.
Presso un angolo scostato tirai fuori una boccetta di Ginjnha quasi svuotata dell'Amaro del capo con cui l'avevo rabboccata e ne offrii un sorso a Carletto.
< Questa bottiglietta l'ho comprata proprio con lei durante il nostro viaggio in Portogallo > dissi.
< Simo, tu devi liberarti di Alice. Adesso ti faccio fare un rituale di psicomagia! >
Lo guardai perplesso, non tanto per l'uscita mistico letteraria - avevamo parlato varie volte di Jodorowsky - più che altro perché era insolito mi desse consigli uno che non sapeva darne mezzo neanche a se stesso.
Realizzai di essere messo davvero male.
< Segui quello che ti dico: finisci di bere l'amaro rimasto alla calata > prima danne un goccio a me < poi distruggi la bottiglia >.
Bevvi senza farmelo dire due volte. 
Esitai, invece, prima di infrangere il ricordo del viaggio, ma eseguii. 
La bottiglia andò in frammenti contro il muro del casolare dietro cui avevamo orinato.
Vetri come stelle cadenti.
Senza troppi entusiasmi, ma giusto con un'inclinazione aumentata di quel sorriso tabaccoso a mezz'asta:
< Bravo! Adesso recupera i vetri, scava una buca nel terreno, infilaceli, ricoprili, e poi bagna la terra con questa birra > tirando fuori una lattina dal solito chissadove.
Feci anche questo, con la testa mezza cerchiata dall'alcool, e l'incuranza di quelle sere dove sai che ti risveglierai in condizioni random.
Mi sentii fiero ed elettrizzato, non che credessi alla magia del gesto, ma a livello simbolico sentii di aver fatto qualcosa di potente.

La mattina dopo mi svegliai all'ora di pranzo, con gli abiti ancora indosso, terra sotto le unghie, l'alito etilico. 
Uno schifo ma, non saprei dire perché, sollevato rispetto ai giorni precedenti.
Ogni secondo che il pensiero tentava di inalberarsi in ricordi o congetture riguardanti la mia ex, io frapponevo il "rito psicomagico" della sera prima, dicendo, dentro di me: < Sono forte, visto cosa sono stato capace di fare? >
Non so se fosse un effetto placebo, ma funzionava, e nello stato di dolore acuto di quel periodo, tanto bastava.
Decisi di applicare la filosofia di questo primo successo a tutto ciò che riguardava Alice, come per svegliarmi a schiaffi dicendomi 
< E' inutile sperare che torni. E' finita >.
Per prima cosa eliminai tutte le foto insieme da quello specchio perennemente riflettente la nostra vita che è Facebook.
Senza fretta, anzi, queste privazioni giornaliere scandivano il mio calendario come medicine da prendere ad orari ben precisi.
Un giorno staccavo le foto dalle cornici sopra il letto, l'altro buttavo qualche oggetto dal mero valore di feticcio (un biglietto del cinema, un pupazzetto ecc.) e così via, fino ai passi più drastici, come eliminare il numero di telefono dalla rubrica del cellulare.
La "cura Cartagine": radere al suolo ogni ricordo, ogni possibilità, e rendere il terreno sterile e maledetto gettandovi del sale.
Il peso sul petto si andava alleviando a forza di compiere questi catartici olocausti, ed anche la mia vita sociale stava diventando meno compulsiva.
In realtà, finché si è trattato di miglioramenti d'umore, è andato tutto in modo piuttosto veloce, mentre per ciò che sarebbe successo in seguito, il processo avrebbe richiesto più tempo.
Il primo segnale, a pensarci oggi, è stata la diminuzione del ritmo delle pedalate. 
Mi stavo placando, non volevo più attraversare Bologna a velocità folle in cerca di adrenalina dal sapore adolescenziale.
A questo rallentamento però, non corrispondeva un'attenzione maggiore, né un'aumentata capacità di osservazione, né alcuna forma di piacere nel fare attività sportiva.
Lo sbalzo di temperatura tra il tepore sulla pelle scalando il Ponte Matteotti e l'aria fresca sfrecciando giù verso l'incrocio col Viale non mi procurava alcuna sensazione. 
Solo calma. Atona.
Carletto era sparito, come a volte faceva, per lo scooter sfasciato, per lo sfratto, stavolta perché si era rimesso a giocare in borsa e gli stava girando bene.
Prima di eclissarsi dopo una "Paris Dabar" in miniatura, aveva fatto in tempo a presentarmi Sofia, una studentessa dell'Accademia di Belle Arti, dal fascino etereo, un po' "sfasata" e anche lei incline al bere.
Con Sofia ci siamo presi subito parlando di Pasolini e di poesia nella " realtà bruta ", così decidemmo su due piedi di fare un " pellegrinaggio " a Villa Aldini, sul Colle dell'Osservanza. 
Dopo la riuscita della gita ci è venuto naturale iniziare a palleggiarci tra mostre e bar in giro per Bologna.
Non vi racconterei tali banalità se non ci fosse un "Perturbante".
Per quanto le intenzioni delle donne rimangano avvolte nell'indeterminatezza e nella mutevolezza, nonostante i presunti "segnali" che dicono di inviare, in questo caso era diventato abbastanza evidente un interesse di Sofia nei miei confronti.
Una volta accortomi della cosa, sono stato costretto a chiedermi cosa provassi io.
Mi resi conto con una certa sorpresa che nonostante il bell'aspetto, la cultura e la "levità" della mia nuova amica, io non provassi niente.
Cosa più strana: al di là dell'elenco di qualità, Sofia incarnava la tipologia di ragazza-che-finisce-automaticamente-per-piacermi.
Neanche il fatto che quando uscivamo insieme lei pendesse dalle mie labbra, facendomi sentire il fulcro del mondo, riusciva a smuovermi.
E anche se avesse potuto essere - opportunisticamente - solo un banco di prova per vedere se riuscivo a rialzarmi dopo la storia con Alice, questa prova non stava dando un esito positivo.
Persino pensare ad un flirt con Sofia, in modo squallido, come una specie di "vendetta" verso Alice, non sortiva da stimolo.
E non perché fossi così maturo da non fare pensieri meschini del genere. 
Non dovevo più vendicarmi, perché Alice era morta.
Uscivo volentieri con Sofia e facevo cose non perché provassi chissà quali emozioni, semplicemente stavo calmo. Ancora. 
Calmo. Apatico.
Bene così, non sapevo a quale fase dell'elaborazione del lutto corrispondesse questo atteggiamento, ma non faceva male, e tanto bastava.
Passavano le settimane, in un susseguirsi di segnali, di stati, se vogliamo, molto soggettivi. 
Ero passato dal rifiuto autopunitivo del cibo, ad un'anaffezione verso il cibo. 
Mangiavo, ma per dovere di sopravvivenza, senza provare stimoli e - a ripensarci ora - sapori.
Non studio - non lavoro - non guardo la TV - non vado al cinema - non faccio sport.
Poi le cose si sono fatte più strane, stavolta in modo oggettivo.
Una notte un temporale estivo mi aveva impedito di uscire, strappandomi dalla mia sindrome da iper-socializzazione.
Era da tempo che aspettavo l'occasione per vedere alcuni film e decisi di metter su chiavetta " Carnage ".
Preparato il set ideale, appoggiando cartine, tabacco, posacenere e telecomando sullo sgabello accanto al divano letto, inserii la chiavetta e premetti play.
Error.
Strano, questo lettore in genere tritava qualsiasi tipo di file.
Non starò qui a dire quanti e quali prove con altri lettori, con altri file, altri film, altri supporti ho fatto, quella sera e in seguito.
I film mi si negavano.
Dopo alcuni giorni in cui il mondo mi sembrava impazzito, ebbi l'idea che forse provando a vedere un film con un altro amico, avrei scoperto se questo fenomeno si presentava ugualmente (entrando quindi nel paranormale), se si presentava solo a me e a lui no (entrando nel campo del neurologico), se non si presentava affatto (entrando nel campo della bizzarria necessitante ulteriori controprove).
Quasi a volermi dissuadere dal perdere tempo, un nuovo fenomeno ha risposto al primo quesito, aprendo una nuova, terribile voragine percettiva.
Le pagine dei libri sono di colpo diventate bianche!
Ironia della sorte, volevo riprendere in mano " L'uomo che ha scambiato sua moglie per un cappello " di O.Sacks, per auto-diagnosticarmi qualche fantasiosa patologia psichiatrica, ma le pagine - che già anni prima avevo sfogliato - erano un po' invecchiate, ma non più stampate.
E così i libri a seguire, tutti senza contenuto.
La cosa più grave, al di là della follia della situazione, era il fatto che non fossi per nulla scomposto; calmo, persino in quest'occasione.
Mi tappai in casa nonostante il caldo agostano, ordinando solo pizze per giorni, mentre anche i Browser per navigare iniziarono a bloccarsi.
Dissi a me stesso che era inutile cercare di provare a navigare da altri computer.
L'intensa ma fragile situazione creatasi con Sofia si spense da sé, dopo i miei forzati e vaghi dinieghi ai suoi inviti, quando lei tornò in Molise per le vacanze.
Tutt'intorno una danza di copertine che scoloravano e poster che arrivavano a diventare indistinguibili dal muro.
Ogni tanto qualche amico chiamava < Che fine hai fatto? Non ti si vede neanche più su Facebook >. 
Grazie al cazzo. Non risposi più a nessuno nelle settimane a seguire.
Pur senza avere la spinta per risolvere una situazione così anomala, mi forzai ad uscire per andare a fare spesa, almeno finché duravano gli ultimi soldi della disoccupazione, dopodiché sarebbe stato il caso di preoccuparsi sul serio.
Sarei andato a parlare con Marika o qualche altra persona di cui potessi fidarmi ciecamente, per farmi consigliare su un da farsi, che da solo non avrei mai fatto.
Uscii di casa in un giorno di sole, che non mi sferzò, nonostante vivessi recluso da tempo.
Mi accorsi all'istante del motivo: il mondo appariva…desaturato, con piccole macchie di bianco e nero qua e là.
Ero impazzito, pensai, ma possibile restare così raziocinanti durante una forma tanto acuta di follia?
Decisi di prendere la bici e di fare il solito tragitto Bolognina - Pratello.
Pedalai piano, osservando l'insolito effetto cromatico di quella grigia giornata di sole pieno.
Un po' presto come orario per trovare Carlo, infatti non era in giro, né rispondeva al cellulare, ma avrei potuto suonare a casa di Marika come da programma.

< Simo, ma che fine hai fatto? >
< Sto passando un brutto periodo >
< Eh, immagino >
< In che senso? >
< Per Carlo, dici >
< Carlo? >
< Dio, non sai niente? >

Mi infilai in un cinema a vedere su uno schermo antracite non so che film pubblicizzato da un manifesto grigio come una lapide.
Eppure i pochi spettatori, tra una sgranocchiata di popcorn e lo sguardo reciproco di una coppia, mostravano reazioni a ciò che veniva proiettato.
Dei sorrisi, perlopiù, qualche risata ogni tanto.
Tumore fulminante
Se anche avessi visto qualcosa proiettato, dubito che avrei sorriso.
In ogni caso, gli altri vedevano il film, il problema era solo mio.

Tornato nel mio bunker domestico, mi domandai come fosse possibile non stessi versando neanche una lacrima.
Pensai molto, in compenso: a Carletto ovviamente, e a tutti i bei ricordi insieme, alla mia ex…perdio, non ricordavo nulla di lei.
Alice è il nome che ho scelto a posteriori per designare il vuoto che mi riempie.
C'era qualcosa che dovevo verificare: nella penombra del monolocale, rovistai tra la bottiglie di vino.
Ne vuotai una scolata a metà, e la spaccai sul bordo del lavandino.
Pezzi di vetro, come la sera del rito psicomagico.
Era destino che io finissi per colpa di una bottiglia.

Ottobre, Ancona, Spiaggia della Grotta dell'Angelo.

Osservo l'orizzonte da sopra uno scoglio cinto da acque agitate.
Un lieve piovischio scende timido, tra le braccia di un vento scultore.
Sarebbe uno scenario grigio anche se non vedessi tutto grigio.
E' un posto di cui mi aveva parlato Carlo con aria sognante, e mi sembrava giusto salutarlo da qui.
E' degno del peggior melodramma, ma tutti i protagonisti di questo racconto sono morti, per ora.
Alice non esiste più, è dall'altro lato di uno specchio infranto.
Carletto non sono neanche riuscito a salutarlo.
In quanto a me, una mezza spiegazione ho provato a darmela, prendetela per l'ipotesi che è.
Credo che Carlo, già malato, avendo officiato quell'improvvisato rito nel parco, abbia infettato il mio strazio mentale con qualcosa di più potente, rendendolo fisico.
Ma magari Carlo è innocente, e l'artefice di tutto sono io, che ho ucciso Alice simbolicamente, senza immaginare che essendo stati così legati l'uno all'altro per anni, eliminare lei avrebbe coinciso con ammazzare tutta la parte di me legata al piacere e alle emozioni.
Non riuscendo più ad associare sensazioni ai significati, è possibile che questo scritto sia freddo come quest'acqua che mi mulinella attorno ora.
Adesso siamo soli Carle', il clima è orrendo, per scendere qui ho dovuto introdurmi in un cantiere e scendere da un sentiero che in teoria sarebbe vietato percorrere.
Nessuno verrà a disturbarmi mentre mi bevo una bella bottiglia di Forst.
Scolata la birra, infilerò dentro questo scritto, lo sai, io sono sempre stato un tipo più da "racconti".
Poi infilerò un foglio dove ho trascritto questa poesia:

'Comuni' all’orizzonte 

Radicante dell’amicizia 
osmosi cerebrale da ignoto 
confusione totale all’altezza del pensiero 
Giocolieri dell’esistenza 
ci attendono al varco 
sanguinando esperienza 
Sentiamo i loro denti masticar l’asfalto 
noi cariati nell’entusiasmo 
cariatidi dell’autodistruzione 
Li vediamo appisolarsi su un sogno 
noi appena usciti da un incubo 
Ci abbracceremo 
anche astemi 
Ci esalteremo 
alcolicamente negati alla sobrietà 
'Spostati' 
manderemo baci lisergici alla luna 
Basta allungar la mano 
E’ poco oltre l’immaginazione. 

Carlo S.

Riempirò di sabbia lo spazio che rimane tra i fogli, sperando che una volta ricalcato il tappo di latta e lanciata la bottiglia in mare, essa affondi.
Forse serve un atto magico compiuto con dei vetri intatti per ricucire i frammenti infranti di chi è rimasto.
Non riesco a immaginare altro che la Poesia, da cui possa rinascere la vita.
E, Carle', con quel sorriso filosofico, in fondo ti ci vedo ad officiare lo scherzo di un lieto fine.
E' poco oltre l'immaginazione.




giovedì 20 marzo 2014

A stir of Echoes


Sulla via di chi ha violato le regole dello stormo,
alla distanza di un sorriso di mare dalla Sentina,
siede un uomo di pietra, assiso su un trono di roccia, col volto nascosto tra le ginocchia piegate.
Un pescatore di mille anni e dalla pelle di cocco mi ha detto che quella figura rannicchiata dovrebbe essere l’anima di un dado statico.
Un essere di terra e d'acqua, le cui potenzialità si sono sedimentate fino a pietrificarsi.
Ora l'uomo di travertino è disperato, lo si capisce senza alcun dubbio dalla posizione implosa.
E’ facile immaginare che sia affranto perché così immobile, attende invano qualcosa.
Un brandello di Verità, magari nascosto dietro un sorriso.
Un mondo migliore, il vagare di un abito colorato, 
o forse solo una donna che gli si sieda a fianco.

Ultimamente, quando in bici mi imbatto nell'omino sul suo 
trono/dado, fossilizzato in attesa di chissà cosa, vorrei sedermici vicino per spiegargli che sta sbagliando tutto. 
Lui attende di riempire l'incavo che ha accanto.
Ma basterebbe che si voltasse di spalle, anche solo per 
un istante e si accorgerebbe che, infatuato di un vuoto, un fantasma, dietro di sé ha dimenticato il mare. 
Il mare profondo. Il mare immenso. Il mare mutevole.
Glielo grido. Ma anch'io sono lontano, ormai. 
Lontano dall’omino, lontano dal mare.
Il mio messaggio si perde, tra le strida dei gabbiani, in un miscuglio di echi.





domenica 9 febbraio 2014

Lasciate che i bambini vengano a me


I) Perdere l’anima: Istruzioni

Il verbo Perdere, lapidario, ricorda solo l’esito finale.
Prima, in realtà, avviene lo scambio: l’anima immortale si cede per ottenere benefici nella vita terrena.
Non succede tutto insieme, ci sono TRE fasi distinte e distanti nel tempo.

Primo movimento:
Il desiderio/evocazione parte dal richiedente.

Secondo movimento:
Il destinatario si manifesta (in una zona di confine, es. in sogno…), anche dopo molto tempo, dando il segnale d’aver accettato l’offerta.
I segni sono ambigui, pertanto occorrerà coglierli e interpretarli.
Assecondarli sarà un “atto di fede”, pari a quello richiesto dalle religioni ufficiali.
Da questo momento si può procedere nel guadagnarsi la dannazione, poiché

Terzo movimento:
per perdere l’anima serve un training continuo: non la si brucia in un colpo.
Come insegna il “Faust” di Goethe, fino all’ultimo momento si fa in tempo a salvarla.
La perdita dell’anima esige conferme.
Esige atti, ognuno con un preciso “punteggio” disciplinato da una scala di valori.
L’atto che dà più “punti” in assoluto, contrariamente a quanto ritenuto da molti, non è l’omicidio, bensì il far dannare altre anime.
Certo, è buona norma anche andare contro la morale corrente (variabile a seconda di tempi e culture): equivale pressappoco alle preghiere per gli Dei tradizionali e rappresenta un modo elegante di svolgere la procedura.

II) The Number of the beast

Un'altra opinione comune erronea è quella relativa al 666.
La maggior parte della gente lo identifica col “Numero della Bestia” in sé, prendendo alla lettera l’”Apocalisse di Giovanni”.
L’interpretazione allegorica che ne danno i teologi, d’altro canto, non è del tutto convincente (666, trasposto in lettere ebraiche, indicherebbe Nerone Cesare).
Non viene notato, invece, che il numero è composto da TRE 6.
E dato che il 7 è il numero della perfezione e del sacro, dire TRE 6 significa “per tre volte qualcosa in meno del sacro e della perfezione” (< …è un numero d’uomo…>), cioè una specie di antiTRINITA’.
Tra i significati simbolici che rivestono il numero 6, due in particolare spiccano: si dice che esso rappresenti “La chiesa”, ma anche “Lo specchio”.
Una “chiesa speculare”, gestita da una trinità imperfetta.
Pertanto, occhio al numero TRE, perché è quello il Marchio.

III) Hanc Para Ab Hac Quidquid Quodquod

Ora, tutti senz’altro ricordano la filastrocca con cui i bambini fanno la conta:
“Ambarabà ciccì coccò”.
Evocherà ricordi diversi a seconda dell’età di chi la riporta alla mente: la corsa con le gambe in spalla per far tana, le ginocchia sbucciate, il sillabario, l’odore di zucchero filato, umilianti penitenze, la collezione di biglie di vetro da giocarsi nel cortile.
Lei, la filastrocca, è lì da sempre.
Sull'etimo della parte iniziale esiste uno studio del linguista italiano Vermondo Brugnatelli (2003). Basandosi su un’analisi fonetica storica della lingua italiana, egli ipotizza che la filastrocca possa risalire ad epoca latina: "HANC PARA AB HAC QUIDQUID QUODQUOD".
Malgrado il suono spensierato, da qualche andito della mente echeggia lontano un sentore perturbante.
Forse perché quando il dito indice si arrestava contro di te al termine della filastrocca, come se piovesse una qualche maledizione, toccava adempiere a qualche compito scomodo: “star sotto” a ‘nascondino’ o a ‘strega comanda color’, fare una penitenza, tentare per primo una pericolosissima prova di coraggio.
Purtroppo, non si tratta di questo: il fatto che capitasse una cosa sgradevole, pur se così effimera e leggera, è un’“impronta”, una reminiscenza del vero uso e significato di questa formula.
Ragioniamo insieme sul testo della prima strofa:


"Ambarabà ciccì coccò
tre civette sul comò
che facevano l'amore
con la figlia del dottore
il dottore si ammalò
ambarabbà ciccì coccò"

< Ambarabà ciccì coccò > è un verso in italiano, analogo ad altri nonsense presenti in molte lingue.
Da notare che, di qualunque cosa si parli, le entità in questione sono TRE.
E’ possibile, pertanto, che siano proprio le < TRE civette sul comò > della riga successiva.
Una fiaba parallela pare confermarlo, in essa Ambarabà, Ciccì e Coccò sono tre fratelli trasformati da un sortilegio in civette lignee soprammobili.
Intanto, memorizziamo il tema dell’incantesimo.
Se fossimo aridi di fantasia, ci potremmo già domandare cosa ci fanno delle civette su un comò, ma la cosa davvero inquietante giunge nella riga successiva: queste civette
< …facevano l’amore con la figlia del dottore >.
Stiamo parlando di un rapporto sessuale che viola molti tabù (violare morale corrente): le civette sono tre, quindi si tratta di un’orgia, sono animali, per cui il rapporto avviene contro natura.
C’è dell’altro: oltre a tutti i tabù sessuali infranti, o l’amplesso avviene sul comò, cosa abbastanza scomoda e improbabile, o queste civette compiono un atto amoroso DAL comò, infrangendo anche le leggi dello spazio fisico.
A memoria d’uomo, altre entità sono rimaste famose per i viaggi extracorporei seguiti da amplessi multipli: le streghe, i cui viaggi allucinogeni erano allegorizzati dal loro volare a cavallo di scope.
Una femmina - vergine o strega non importa - ha un rapporto sessuale con tre creature. Su un ceppo rituale (il comò)? O sul letto (il che farebbe pensare a tre Incubi, da “incubus”, cioè demone che incontra carnalmente le donne mentre queste dormono)?
Per come è composta la strofa, tutte queste ipotesi non si escludono a vicenda, bensì coesistono in una sinistra crasi.
Se mancasse ancora qualche prova dell’origine diabolica di questa filastrocca - guarda caso anonima - basta far luce su alcuni altri aspetti per fugare ogni dubbio.
Il diavolo, “scimmia di Dio”, si manifesta sempre come “contrario”.
La filastrocca si chiude nello stesso modo in cui inizia, seguendo una struttura circolare.
E’ noto come il cerchio simboleggi la perfezione, poiché in esso principio e fine coincidono.
Del numero TRE abbiamo già parlato.
Il tre è il Marchio, ed accostarlo ad un simbolo di perfezione è un ennesimo sberleffo operato da chi ha diffuso questa cantilena proprio tra le anime più indifese, per coltivare i semi del male fin dall’infanzia…
Ennesima conferma: qual è l’oggetto spesso presente sopra, se non facente parte del succitato comò?
Uno specchio, ovvio.
Uno specchio che riflette al contrario l’immagine delle tre civette (<…una chiesa al contrario gestita da una trinità imperfetta…>).
< Il Dottore >, figura riconducibile ai campi dell’Ordine e della Salute, anch’egli subisce un irridente ribaltamento, difatti < si ammalò >.
La realtà rappresentata in questi 6 versi è marcia fino al midollo.
Il vento corre dentro la girandola mentre il bambino, tutto in un colpo, evoca, lancia sortilegi e introietta l’immagine morbosa dell’orgia soprannaturale e la possibilità di rovesciare l’ordine delle cose, solamente sillabando queste sei righe.


Non so cosa pensare dei testi scritti da mio fratello, inviatimi da mia cognata qualche tempo dopo il suo inaccettabile gesto.
Crederei ad uno scherzo, se non avessi conosciuto più che bene il carattere ombroso di Ivo.
I suoi fogli, che fossero un puro progetto di scrittura, o un “avvertimento”,
hanno qualcosa di folle e di puntuale allo stesso tempo.
Ricordano nell’incedere molti ragionamenti complottisti, ma facendo ricerche online non ho trovato analogie con nessun filone conosciuto.
Per ora ho trascritto questi e sto iniziando a riordinare le “Rivelazioni sugli Spot”.
Per la saga su quella creatura dal nome impronunciabile, invece, mi ci vorrà del tempo, poiché ha una struttura molto contorta.
Confesso: ho rimosso alcune pagine sulle origini della Mandragora, perché mi sembrerebbe di speculare sulle modalità della morte di mio fratello.
Sono parole che mi fan troppo male, anche se ormai da anni tra noi due non correva più buon sangue.
Certo, azzardando l’ipotesi assurda che negli scritti di Ivo ci sia un fondo di verità, il Male si manifesterebbe in modi così impensabili da rendere quasi impossibile porvi rimedio.
Io al Male non credo, così come non credo in Dio.
Dopo aver letto le sue cose, tuttavia, mi chiedo: sarà libero arbitrio, o l’effetto di qualche stregoneria?



Il dottore si ammalò…