lunedì 30 marzo 2015

La Città Invisibile


" Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone "
 (Italo Calvino, Le Città Invisibili)


< Non riesco a sopportarne il pensiero. Continuo ad immaginarti che  >
Mi risponde sorridendo con gli occhi, d’un sorriso appena accennato e dolce, la cui intensità contiene già tutto ciò che verrà dopo.
< Piccolo, funziona come il pendolo di Poe, ma al contrario >
La osservo anch’io, un occhio irritato dal pelo del plaid, il mondo sdraiato dietro di lei.
< Tradotto? >
< I pensieri che ti feriscono. All’inizio è come se ti passassero di fronte avanti e indietro, di continuo, ti sembra di non poter sostenerlo. Poi passa il tempo, e la parabola dell’oscillazione si allarga, quell’immagine compare sempre più di rado nel raggio della coscienza, passa altro tempo, l’arco si tende ancora, infine scompare >.
< E’ la versione intellettualoide di “il tempo lenisce ogni ferita”? >
Mi abbraccia con uno sguardo placido, del genere “che posso farci”, calmo come l’aria oggi sulla collina.
< Buffo, centrando sempre l’attenzione sullo strumento di tortura non avevo mai colto la metafora nel racconto > tra me e me 
< E’ lo scorrere del tempo che uccide >.
< Vedi, è già passato > mi mente, mentre si alza < Tempo brucia tutto >
(una citazione tra noi e noi)
E con l’indice mi ruba un bacio dalle labbra, prima di dirigersi verso l’altalena.
< Anche il metronomo funziona come un pendolo, no? > le urlo dietro tirandomi su dalla coperta mezzo anchilosato.
Muovo due passi tra le pratoline, sgranchendomi la schiena.

Edgard Allan Poe era ossessionato, ha declinato in decine di modi quasi sempre lo stesso tema, quello del sepolto anzi-tempo: uccisi murati, sepolte catalettiche, un cuore “sepolto vivo”, una nave che sprofonda nell’abisso e ne risale, un uomo che sprofonda nella morte e – mesmerizzato – ne risale, un uomo salvato dall’oscuro pozzo dov’era minacciato da un atroce strumento di tortura.

Ma è difficile ragionarne oggi, qui sul prato, mentre lo scorrere del Tempo ci ha steso davanti la primavera.



     Guido in direzione Ascoli Piceno, e a dispetto dei mesi trascorsi non ho ancora digerito quel boccone ma essendo innamorato di questa ragazza che ha i colori di un’alba sul mare, non vorrei che i fantasmi passati mi si sdraiassero sul petto come la cosiddetta “pantafa”.
All’epoca eravamo abituati a darci la buonanotte leggendo insieme ogni sera una della Città Invisibili narrate da Calvino.
Questo mi aveva ispirato una sorta di “soluzione”.
< Arrivati >
< Casa dei tuoi nonni? >
< No, un po’ più su, dove termina la strada >
Ci si deve infilare in una tendina ciuffosa di piante infestanti, tra un vecchio cancello divelto e la rete metallica, per accedere a uno spiazzo incolto, bianco e verde di ghiaia ed erbacce.
< Ti presento i miei possedimenti >
< Cosa? >
< Sì, la proprietà è di mio padre, ma non è né coltivabile né edificabile, in pratica è del tutto inutile >
< Mi sembra un posto indicato per i nostri pic-nic > canzonatoria
< hai portato una birra fresca? >
< Ti spiego l’idea che ho avuto > raccogliendo alcuni sassi e canne di bambù dal limitare del terreno < ogni volta in cui qualcosa tra noi mi creerà un conflitto interiore, prima di litigare in modo impulsivo verrò fin qua e costruirò un piccolo edificio in miniatura.
Mi è venuto in mente leggendo “Le città Invisibili”, di costruire un posto che non voglio abitare in un luogo inabitabile >
< E’ un “atto di bellezza insensata” per prendere tempo? >
< Non lo so. Magari dare una casa a certe sensazioni può aiutare a buttarle fuori. Poi sì, forse è un modo creativo per prendere tempo >
< Sarà una città mostruosa? >
< Dipende da quante volte e quanto mi farai incazzare piccola, spero che venga fuori come quei paesini abbandonati di montagna piuttosto che come Roma, in linea di massima. Spero >
< Verrà grande, grande, come Città del Messico > sbeffeggia
abbracciandomi.
Trattengo uno starnuto, mentre mi chiede
< Come si chiamerà? >


    
     Gabbiani.
< Mi sa che devo aggiungere un nuovo edificio a Distòpia >
< Sei uno scemo >
E pianta l’azzurro degli occhi dentro i miei, pensosa.
< La mia città è molto più bella della tua >
< La tua? >
< Sì: Ironia. Ha anche un esercito, come Sparta, sai? Se ci fosse una guerra tra le nostre città la tua popolazione di occulti storpi e disagiati non avrebbe speranza >
< Sei tu scema > ridacchio.
< A parte tutto, non voglio che costruisci più nulla, davvero >
Espressione punto di domanda.
< Non perché non te ne darò motivo, figurati > e mi carezza il petto nudo, mentre divago su quanto il suo sorriso mi ipnotizzi.
< Mi sono immaginata una scena da film horror: io me ne sto tranquilla con te, ormai sono anni che stiamo insieme, poi un giorno una specie di sesto senso mi fa tornare in mente quella giornata nel tuo terreno. Tu sei via per lavoro, io decido di farci un salto. Varco il cancello, e mi ritrovo davanti una megalopoli tutta sghemba, costruita con cura maniacale, ma malata nell’aspetto, con cunicoli insensati, feticci di rami e canne e coperta di scaglie di corteccia disposte come lame. Mi chiedo in che modo negli anni che abbiamo passato io ti abbia dato spunto per creare una città così sbagliata e malvagia >
Le tocco un seno, nascostamente, sbirciando la spiaggia di sottecchi per controllare che nessuno noti le mie effusioni.
< Spaventoso >
< E’ un modo per seppellire vivo ciò che provi > seria < e io non lo voglio. Quando hai qualcosa da dirmi, dimmelo, e in qualche modo risolveremo, insieme >
Mi giro supino sull’asciugamano

< Sarà davvero una città invisibile così >

Rimango zitto, afferrando un pugno di sabbia, che faccio scorrere come una cascata allargando la feritoia nel palmo stretto.
La sabbia è fine e calda e il sole fa un rumore accecante, sopra lo sciabordio delle onde sulla battigia.
Anche la felicità, lieve, sembra che in questo istante si possa toccare.