C'era una volta
un ladro senza importanza, un
tombarolo, per la precisione, un piccolo
ladro buono solo a rubare a persone indifese, nella fattispecie ai
morti.
Durante uno dei suoi scavi solitari, presso le
pendici di un declivio prospiciente un tempio Greco, il terreno si aprì sotto i
colpi del suo strumento lasciando scoperto l'accesso ad un cunicolo.
Il ladro si avventurò speranzoso all'interno
del tunnel, con la sensazione che stavolta avrebbe trovato qualcosa di più di
qualche moneta o di cocci sbreccati d'anfora.
Il percorso sotterraneo si estendeva per
centinaia di metri, tanto che il tombarolo ebbe tempo e modo di fantasticare
fosse uno di quei passaggi ctòni che secondo alcune leggende conducono rapidamente
da un luogo all'altro del globo.
Immaginarsi la sorpresa del ladruncolo quando
varcando la soglia di un'enorme cripta, vide confermata la natura misteriosa
del passaggio.
La cripta, dall'insolita pianta sferica,
presentava scaffalature in pietra a cerchi concentrici, nelle quali erano
disposte ordinatamente migliaia di piccole sfere di colore simile al nero.
Non proprio nere, si trattava di un colore
diverso, che si sarebbe potuto dire "inconoscibile", e diverso in maniera impercettibile da sfera
a sfera.
Osservando meglio, le sfere non poggiavano
neanche sulle mensole incavate nella roccia, ma levitavano, vibranti di
energia.
Il ladro fu preso da spavento, e quasi pensò
di tornare sui propri passi dimenticando quel luogo stregato, ma d'un tratto
qualcosa gli passò per la mente: l'impressione che forse per una volta avrebbe
potuto concludere qualcosa di più di ciò cui l'aveva abituato la propria
piccola vita.
Si avvicinò alle sfere, esaminandole con lo
sguardo, senza azzardarsi a toccarle.
Alcune emanavano sensazioni positive, altre
erano inavvicinabili anche alla vista, tanto trasudavano malessere, quasi
fossero un condensato di malvagità, violenza, panico.
Dietro alcune sfere, cavità circolari da cui
filtrava aria, lasciavano intuire altri spazi, simmetrici alla cripta.
Il ladro si fece coraggio, e provò a sfiorare
una sfera; come lo fece, il pensiero di sua moglie gli esplose in testa, con la
forza dei tempi in cui si erano conosciuti e amati nei primi anni.
La stanza sembrava odorare dei capelli di lei.
Il ladro sperimentò il contatto con un'altra
sfera, e stavolta provò a spostarla, ma quest'ultima, sebbene non più grande di
un pugno, pesava troppo per poter pensare di prenderne più di una sola.
Non sapendo quale manufatto trafugare, il
ladro si tappò gli occhi, fece dei giri in tondo su se stesso – gli sembrava di
sentire delle voci – e si diresse alla cieca verso una sfera tra quelle che
emanavano sensazioni di benessere.
Aprì gli occhi e la prese in mano: la
sensazione che trasmetteva è che le cose sarebbero andate bene.
Con fatica, la disinserì dalla scaffalatura
incavata nella uber-sfera della cripta.
Si udì un clangore secco, come di un
meccanismo che s'inceppa, che rimbombò forte nella cavità e propagò il proprio
eco nelle altre stanze.
Il cuore del ladro sobbalzò.
Dopo alcuni istanti interminabili, constatò
che non succedeva nulla, pertanto caricò la sfera nella sacca e si avviò a
ritroso nel cunicolo, caricandosi le spalle del pesante reperto.
Era proprio un piccolo ladro, a pensare alla
propria pancia e ai benefici dell'eventuale vendita di un singolo pezzo,
piuttosto che a quelli che avrebbe portato condividere l'incredibile scoperta
con gli altri.
La via del ritorno era faticosa, gravata
com'era dal peso e dall'affanno derivato dalla magica situazione.
Proseguendo lungo il tunnel, il ladro si
accorse che la strada era differente da quella percorsa all'andata.
Inoltre, non avvertiva più alcuno sforzo
fisico.
Il ladro si fermò, in preda al panico.
Quand'ecco, una voce ruppe il silenzio:
< Ladro! >
< Chi..chi parla?! >
Una creatura umanoide, dal volto sferico, si
parò davanti al tombarolo.
Il viso dell'essere, ad un esame più accurato,
sembrava composto da miliardi di microscopici altri volti, come una sorta di
assurdo atomo puntinista.
< Io sono il Demiurgo >
Il ladro, tremante di terrore < Il...cosa?
>
< Il Demiurgo: il direttore dell'Archivio
delle Idee, se preferisci >
Il ladro non capiva più nulla.
< Il mio ufficio, l'Iperuranio, è il luogo
dove sono archiviate tutte le pure idee che sono alla base dell'universo
che tu conosci >
< Ma che significa? >
< Significa che hai combinato un bel
pasticcio: quella che hai rubato è l'idea di Giustizia >
< L'idea di Giustizia? Che significa? Non
ci sarà più giustizia nel mondo? >
< Se ragionassimo in ottica umana, questa
sarebbe un'ottima deduzione per una persona nella tua situazione di
spaesamento.
La questione è un po' più complessa: le idee
sono tutte collegate tra loro, e l'una non può fare a meno dell'altra.
Sottraendo l'idea di Giustizia, è come se avessi inceppato l'intero
ingranaggio. Tu hai trafugato l'idea di Giustizia, ma le conseguenze si
riflettono sulle altre idee, anche all'apparenza distanti, come quella di
'Solitudine', o quella di 'Uomo', difatti, ahinoi, anche tu vai scomparendo,
piccolo ladro >
< Ma...ma è impossibile! > esclamò
quest'ultimo, realizzando di star diventando immateriale.
< Fermo! La rimetto subito a posto >
gridò, cercando di tornare sui propri passi.
< Non importa, faccio prima a ricreare
tutto da capo, dopo tanti milioni di anni l'archivio era davvero in disordine,
e le cose non funzionavano poi tanto bene, ad essere sinceri.
Ho giusto in mente delle idee per delle NUOVE
IDEE >.
Il ladro, ormai inconsistente, si ammutolì.
Le parole non uscivano, essendo compromesse le
idee che avrebbero dovuto generarle.
La trasparenza che aveva preso il posto del
ladro avrebbe pianto dalla disperazione, ma com'è ovvio non c'era più né l'idea
della disperazione, né tantomeno quella delle lacrime.
Infine, non ci fu più neanche
il ladro che una
volta c'era.
E questo è esattamente ciò che scriverò sulla
mia dichiarazione dei redditi di quest'anno.