In una posa scomposta, dalla geometria spezzata, Christina siede piegata sul campo.
Le gambe accartocciate guardano a valle, il volto e l’esile braccio proteso,
a monte invece, verso la casa in legno.
Nude palizzate delimitano la proprietà, non occorre recinzione quando lo stesso mondo fuori è un recinto.
Aveva deciso di non prendere con sé neanche una mantellina, perché c’era il sole sopra il paesaggio piatto della collina, quando è uscita.
Ora spira una brezza sottile che non smuove né le sue ossa quasi esposte sotto la pelle, né gli steli falciati, che le somigliano.
Un vento che le scorre freddo dentro, sotto un cielo che ha assunto il colore e la densità del piombo, la gravità di uno spazio immenso, pesante quanto può pesare l’infinito, o forse Dio.
Se il sole si velasse del tutto, trasformerebbe il colore stinto dei suoi abiti, della carnagione eburnea e dei suoi capelli fino a ieri giovanissimi, in una sorta di foto in bianco e nero, simile al vecchio dagherrotipo che ritrae la povera mamma sulla credenza nel soggiorno.
Christina volge lo sguardo alla casa, affannata.
Christina volge lo sguardo alla casa affamata.
La casa sa, la casa ha fatto bene a prenderle le gambe.
Come le è saltato in mente di vincere la paura fino a quel punto del prato?
La paura è più potente della noia e dell’angoscia, negarla, anche solo per pochi minuti, l’ha accresciuta a dismisura, rendendola invincibile.
Ora c’è solo il tatto, per vincere il panico, le mani che sondano le spighe dure sul terreno, per vincere l’immateriale, per non pensare i pensieri.
Cosa c’è lontano? L’erba è più alta, getta un’ombra più netta.
Ci sono i bambini che giocano, a volte, ancora più piccoli visti dalla finestra, le grida terse nell’aria.
E gli occhi dei ragazzi che lavorano i campi, Signore perdonami, la casa sa.
E più lontano, ad una distanza imponderabile, devono esserci anche Efeso, la Galilea, Antiochia, gialle, di certo, come le pagine su cui ne ha letto.
< Padre, parto ad esplorare il mondo, dal New England a Nazareth >
Stupida.
La paura sa insinuarsi anche con sembianze affettuose, e Christina deve stringere questa terra che è sempre ovunque terra e queste spighe che anche oltreoceano, son spighe, fino a farsi male, per sentire altro.
Le tavole divelte del tetto del fienile ridono in un ghigno muto e sgangherato.
I corvi volteggiano sulle assi sotto cui Christina tornerà.
Un esile sbuffo d'aria le solleva una ciocca, come se una parte infinitesima del suo corpo mozzo esprimesse ancora un ultimo anelito ad andarsene.
Ma, per loro natura, i capelli rimangono come lei, radicati.
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