I) Perdere l’anima: Istruzioni
Il
verbo Perdere, lapidario, ricorda solo l’esito finale.
Prima,
in realtà, avviene lo scambio: l’anima immortale si cede per ottenere benefici
nella vita terrena.
Non
succede tutto insieme, ci sono TRE fasi distinte e distanti nel tempo.
Primo movimento:
Il
desiderio/evocazione parte dal richiedente.
Secondo movimento:
Il
destinatario si manifesta (in una zona di confine, es. in sogno…), anche dopo
molto tempo, dando il segnale d’aver accettato l’offerta.
I
segni sono ambigui, pertanto occorrerà coglierli e interpretarli.
Assecondarli
sarà un “atto di fede”, pari a quello richiesto dalle religioni ufficiali.
Da
questo momento si può procedere nel guadagnarsi la dannazione, poiché
Terzo movimento:
per
perdere l’anima serve un training continuo: non la si brucia in un colpo.
Come
insegna il “Faust” di Goethe, fino
all’ultimo momento si fa in tempo a salvarla.
La
perdita dell’anima esige conferme.
Esige
atti, ognuno con un preciso “punteggio” disciplinato da una scala di valori.
L’atto
che dà più “punti” in assoluto, contrariamente a quanto ritenuto da molti, non
è l’omicidio, bensì il far dannare altre anime.
Certo,
è buona norma anche andare contro la morale corrente (variabile a seconda di
tempi e culture): equivale pressappoco alle preghiere per gli Dei tradizionali
e rappresenta un modo elegante di svolgere la procedura.
II) The Number of the beast
Un'altra
opinione comune erronea è quella relativa al 666.
La
maggior parte della gente lo identifica col “Numero della Bestia” in sé,
prendendo alla lettera l’”Apocalisse di
Giovanni”.
L’interpretazione
allegorica che ne danno i teologi, d’altro canto, non è del tutto convincente
(666, trasposto in lettere ebraiche, indicherebbe Nerone Cesare).
Non
viene notato, invece, che il numero è composto da TRE 6.
E
dato che il 7 è il numero della perfezione e del sacro, dire TRE 6 significa
“per tre volte qualcosa in meno del sacro e della perfezione” (< …è un
numero d’uomo…>), cioè una specie di antiTRINITA’.
Tra
i significati simbolici che rivestono il numero 6, due in particolare spiccano:
si dice che esso rappresenti “La chiesa”, ma anche “Lo specchio”.
Una
“chiesa speculare”, gestita da una trinità imperfetta.
Pertanto,
occhio al numero TRE, perché è quello il Marchio.
III) Hanc Para Ab Hac Quidquid Quodquod
Ora, tutti senz’altro ricordano la
filastrocca con cui i bambini fanno la conta:
“Ambarabà ciccì coccò”.
Evocherà ricordi diversi a seconda
dell’età di chi la riporta alla mente: la corsa con le gambe in spalla per far
tana, le ginocchia sbucciate, il sillabario, l’odore di zucchero filato,
umilianti penitenze, la collezione di biglie di vetro da giocarsi nel cortile.
Lei, la filastrocca, è lì da sempre.
Sull'etimo della parte iniziale esiste
uno studio del linguista italiano Vermondo Brugnatelli (2003). Basandosi su
un’analisi fonetica storica della lingua italiana, egli ipotizza che la
filastrocca possa risalire ad epoca latina: "HANC PARA
AB HAC QUIDQUID QUODQUOD".
Malgrado il suono spensierato, da
qualche andito della mente echeggia lontano un sentore perturbante.
Forse perché quando il dito indice
si arrestava contro di te al termine della filastrocca, come se piovesse una
qualche maledizione, toccava adempiere a qualche compito scomodo: “star sotto”
a ‘nascondino’ o a ‘strega comanda color’, fare una penitenza, tentare per
primo una pericolosissima prova di coraggio.
Purtroppo, non si tratta di questo:
il fatto che capitasse una cosa sgradevole, pur se così effimera e leggera, è
un’“impronta”, una reminiscenza del vero uso e significato di questa formula.
Ragioniamo insieme sul testo della
prima strofa:
"Ambarabà ciccì coccò
tre civette sul comò
che facevano l'amore
con la figlia del dottore
il dottore si ammalò
ambarabbà ciccì coccò"
< Ambarabà ciccì coccò > è un verso in italiano,
analogo ad altri nonsense presenti in molte lingue.
Da notare che, di qualunque cosa si parli, le entità in
questione sono TRE.
E’ possibile, pertanto, che siano proprio le < TRE
civette sul comò > della riga successiva.
Una fiaba parallela pare confermarlo, in essa Ambarabà,
Ciccì e Coccò sono tre fratelli trasformati da un sortilegio in civette lignee
soprammobili.
Intanto, memorizziamo il tema dell’incantesimo.
Se fossimo aridi di fantasia, ci potremmo già domandare
cosa ci fanno delle civette su un comò, ma la cosa davvero inquietante giunge
nella riga successiva: queste civette
< …facevano l’amore con la figlia del dottore >.
Stiamo parlando di un rapporto sessuale che viola molti
tabù (violare morale corrente): le
civette sono tre, quindi si tratta di un’orgia, sono animali, per cui il
rapporto avviene contro natura.
C’è dell’altro: oltre a tutti i tabù sessuali infranti,
o l’amplesso avviene sul comò, cosa abbastanza scomoda e improbabile, o queste
civette compiono un atto amoroso DAL comò, infrangendo anche le leggi dello
spazio fisico.
A memoria d’uomo, altre entità sono rimaste famose per
i viaggi extracorporei seguiti da amplessi multipli: le streghe, i cui viaggi
allucinogeni erano allegorizzati dal loro volare a cavallo di scope.
Una femmina - vergine o strega non importa - ha un
rapporto sessuale con tre creature. Su un ceppo rituale (il comò)? O sul letto
(il che farebbe pensare a tre Incubi, da “incubus”, cioè demone che incontra
carnalmente le donne mentre queste dormono)?
Per come è composta la strofa, tutte queste ipotesi non
si escludono a vicenda, bensì coesistono in una sinistra crasi.
Se mancasse ancora qualche prova dell’origine diabolica
di questa filastrocca - guarda caso anonima - basta far luce su alcuni altri
aspetti per fugare ogni dubbio.
Il diavolo, “scimmia di Dio”, si manifesta sempre come
“contrario”.
La filastrocca si chiude nello stesso modo in cui
inizia, seguendo una struttura circolare.
E’ noto come il cerchio simboleggi la perfezione,
poiché in esso principio e fine coincidono.
Del numero TRE abbiamo già parlato.
Il tre è il Marchio, ed accostarlo ad un simbolo di
perfezione è un ennesimo sberleffo operato da chi ha diffuso questa cantilena
proprio tra le anime più indifese, per coltivare i semi del male fin
dall’infanzia…
Ennesima conferma: qual è l’oggetto spesso presente
sopra, se non facente parte del succitato comò?
Uno specchio, ovvio.
Uno specchio che riflette al contrario l’immagine delle
tre civette (<…una chiesa al contrario
gestita da una trinità imperfetta…>).
< Il Dottore >, figura riconducibile ai campi
dell’Ordine e della Salute, anch’egli subisce un irridente ribaltamento,
difatti < si ammalò >.
La realtà rappresentata in questi 6 versi è marcia fino
al midollo.
Il vento
corre dentro la girandola mentre il bambino, tutto in un colpo, evoca, lancia
sortilegi e introietta l’immagine morbosa dell’orgia soprannaturale e la
possibilità di rovesciare l’ordine delle cose, solamente sillabando queste sei
righe.
…
Non so cosa pensare dei testi scritti da mio fratello,
inviatimi da mia cognata qualche tempo dopo il suo inaccettabile gesto.
Crederei ad uno scherzo, se non avessi conosciuto più
che bene il carattere ombroso di Ivo.
I suoi fogli, che fossero un puro progetto di
scrittura, o un “avvertimento”,
hanno qualcosa di folle e di puntuale allo stesso
tempo.
Ricordano nell’incedere molti ragionamenti
complottisti, ma facendo ricerche online non ho trovato analogie con nessun
filone conosciuto.
Per ora ho trascritto questi e sto iniziando a
riordinare le “Rivelazioni sugli Spot”.
Per la saga su quella creatura dal nome
impronunciabile, invece, mi ci vorrà del tempo, poiché ha una struttura molto
contorta.
Confesso: ho rimosso alcune pagine sulle origini della
Mandragora, perché mi sembrerebbe di speculare sulle modalità della morte di
mio fratello.
Sono parole che mi fan troppo male, anche se ormai da
anni tra noi due non correva più buon sangue.
Certo, azzardando l’ipotesi assurda che negli scritti di
Ivo ci sia un fondo di verità, il Male si manifesterebbe in modi così
impensabili da rendere quasi impossibile porvi rimedio.
Io al Male non credo, così come non credo in Dio.
Dopo aver letto le sue cose, tuttavia, mi chiedo: sarà
libero arbitrio, o l’effetto di qualche stregoneria?
