mercoledì 12 ottobre 2022

Una storia dettata dal cuore


Si presentò all’appuntamento con indosso un lungo cappotto rosso, fendendo la Piazza con passi eleganti.
Di lei conoscevo solo il nome romano, i capelli biondi, il taglio elfico del volto e che avevamo ballato alla festa della facoltà di medicina, una sera, ubriachi.
Mi sembrò la versione adulta della bambina nel film “Schindler’s List”; l’effetto catalizzante sul mio sguardo, almeno, fu simile, nel vederla solcare in diagonale il bianco del travertino.
Nonostante la mia smania citazionista e analogica, non mi è mai sembrato il caso di dirglielo, sapete: la bimba in quel film muore.
Per quanto, la morte, in questo momento, non aggiungerebbe molto alla mia condizione.
Le ho lasciato tutto me stesso e non so cosa ne abbia fatto.
Per la terza volta in vita mia, mi ritrovo col cuore spezzato.
Passatemi l’espressione banale; la mia vendetta non lo sarà, vedrete.
Per restare nel campo dei detti “logori e abusati”: la misura era colma.
Stringo più che posso l’oggetto che ho in mano, come per volerlo annullare.
Come per voler annullarmi.

La prima fu Elisa: ci amavamo in una nicchia nascosta sotto casa sua, vicino ad una scalinata antica fiancheggiata da alberi di pesco; unico testimone il cucciolo di pastore tedesco dei vicini.
La incantai con quel gioco del “telefono artigianale” realizzato con due bicchieri di plastica rossi di capodanno e lo spago ad unirli.
Le dissi che avrebbe dovuto farlo scendere dalla finestra a me sotto, attraverso i rami dell’ippocastano che precludevano la visuale.
Chissà se lo conserva ancora in qualche cassetto polveroso o se ha gettato anche quel nostro gioco, dopo me.

La seconda fu Irene: quando mi operai le tonsille, un anno prima che ci lasciassimo, mi regalò un allocco di peluche.
Io scherzavo, dicendole < Ma che è?  Un gufo? Porta sfiga! > e lei < ma no, è un allocco > e io
< cos è? Un insulto dissimulato? > e lei  < ma noooo, guarda che espressione ha, ti somiglia >
Alla fine era diventato il simbolo del nostro amore.
Fino alla fine, quella vera, quella inspiegabile.
Mi informò che ci stavamo separando, sul balcone di casa sua, in un silenzio assoluto rotto solo dallo stormire del vento e dai versi ignari del pappagallino regalatole dal nonno, scomparso quello stesso anno.
Mentre stringevo gli occhi e i denti, il terrazzo piangeva petali di gerani, come lacrime di sangue.

La terza è lei, che era tutto, ed animava gli spazi vuoti che ci piacevano tanto, così come la folla in cui la avvistavo, con occhi trepidanti.
Una volta, al luna park, vinse alle anatre un cuore morbidoso antistress con scritto
< Ti voglio bene >.
Me lo regalò col sorriso di chi sapeva di star compiendo l’atto meno stiloso della nostra relazione, e proprio per questo sguardo d’intesa quell’oggettaccio kitschissimo mi è sempre stato molto caro.

Fanculo.
Serro il pugno attorno al cuore morbidoso antistress fino a farmi gonfiare le vene.
Distruggere l’amore. Ecco cosa fare. Semplice.
Distruggere quell’illusione fatta di momenti e simboli, facendolo collassare su se stesso.

L’amore tradito, si sa, si rovescia nel proprio contrario.
E così le mie caratteristiche che tanto piacevano loro: i miei studi condotti con profitto, quella certa creatività, nonostante l’indirizzo scientifico, l’arrampicata sportiva, quella vena di “ follia controllata “ che le portava a pensare - a ragione - che avrei fatto qualsiasi cosa per renderle felici.

Chissà cosa avrà pensato Elisa, affacciandosi dalla finestra di camera sua, sorpresa dalla mia telefonata contraffatta, vedendo il pastore tedesco penzolare dai rami di un pesco, appeso con uno spago. Due bicchieri rossi legati al collo, a mo’ di campane a morte.

E che gelo avrà attanagliato l’animo di Irene, portando il becchime al pappagallino, come ogni mattina, nel ritrovarlo inerte con cucito, al posto della propria testa, un inequivocabile volto di peluche, lordo di sangue raggrumato.

Ma il capolavoro della vendetta tocca a lei.
C’è qualcosa di peggio che rovinare l’amore, infangando i ricordi.
Generare un senso di colpa assoluto, come la morte.
Sorrido di nuovo, d’un riso stentoreo, pisciando sangue dalle labbra.
Penso che sarei riuscito a farlo anche senza iniettarmi nulla in vena, ma volevo essere sicuro di riuscire.
Tra poco lei si collegherà con la webcam, come sempre, quando le squillo, per una delle nostre conversazioni amare da ex fidanzati.
Magari sorriderò ancora, anche se sarò senza vita.
In mano un bisturi, il mio cuore accanto al mouse e, affacciato dall’oscena cavità del petto,    in mezzo a tutto quel rosso, la stronza scritta
< Ti voglio bene >.

mercoledì 4 marzo 2020

IL CAMALEONTE


 «È la teoria del mondo di mezzo, compa'. Ci stanno, come si dice, i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo. E allora vuol dire che ci sta un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano e dici cazzo, com'è possibile che quello...: le persone di quel tipo, di qualunque ceto, si incontrano tutte là e anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno». (M. Carminati. Intercettazione Ros nell’ambito dell’inchiesta «Mondo di Mezzo» della procura di Roma, 2014).


E’una storia vera.
Una storia nera.
Ho cominciato a lavorare per il Camaleonte nel 2014, in virtù delle mie competenze di grafico e social media manager.
Sono quel che si definirebbe una persona normale: famiglia d'origine medioborghese, contesto cattolico, studi universitari, una relazione stabile, un’ampia rete di amici e conoscenze, delle idee che potremmo dire di sinistra, delle dinamiche relazionali e di lavoro sane, per quanto permesso dalla precarietà di questi tempi.
Una di quelle persone la cui esistenza di solito scorre senza mai entrare in contatto con il mondo sommerso della criminalità.
Per quelli come me, una banca è un posto in cui depositare o ritirare soldi, una fabbrica è uno stabilimento che produce energie, infrastrutture o beni di consumo, un negozio è un luogo dove acquistare prodotti, un grande evento è un qualcosa per cui creare una campagna online, e le banconote uno strumento di pagamento con cui acquistare merci o servizi.
Sono uno che tende a guardare sempre «the bright side of the moon», senza speculare sui reali intrecci che muovono il denaro.
La stessa provincia di Ascoli Piceno, in cui vivo, è un luogo tediosamente tranquillo.
Certo, «qualche delitto senza pretese», assurto agli onori delle cronache, «lo abbiamo anche noi qui in paese», ma la percezione che si ha è quella di abitare in una realtà sicura, dove mantenendosi entro le righe della convivenza civile, ci si possa tenere ragionevolmente lontano dai guai.
Osservando i miei compaesani per le strade, nei centri commerciali, nei locali, sembra che la maggior parte di loro corrisponda a questo profilo.
Capiamoci, qui non è l’Eden: c’è chi vive in grigi quartieri periferici e arriva a stento a fine mese, ci sono i rissosi ultrà, i rissosi militanti di Casapound, i rissosi ubriaconi, e ancora tossici, spacciatori, topi d’appartamento, prostitute in strada ed escort in casa, i nigeriani fuori dai supermercati e i bangla che vendono le rose la notte, ma la maggioranza silenziosa appartiene ad una classe media più o meno agiata, al netto della crisi economica.
Entrare nello staff del Camaleonte è stato come rivelare col Luminol il fiume carsico di liquame che gorgoglia sotto la superficie di ciò che invece, sembra appartenere all’ordinarietà.
Giovane imprenditore arricchitosi con un business tipico degli anni 90, riciclatosi nel nuovo millennio con un’attività nel campo degli immobili di lusso, dopo la prima decade del 2000, il mio ex titolare si è reinventato nel campo che il berlusconismo aveva indicato come la via più facile per il successo: lo showbiz.
Il Camaleonte ha incarnato un progetto - parte per sua intuizione, parte per esigenze terze - in modo quasi scientifico.
Investendo milioni nel fabbricarsi una cornice di lusso, che desse l’idea della fama prima ancora di ottenere la fama per merito, creando giurie ad hoc per autoconferirsi premi, pagando testimonial televisivi per stargli accanto e dargli visibilità, pagando specialisti per ripulire la reputazione online e crearne una ex novo, legandosi ad alcuni dei più noti e controversi personaggi del nostro star system, il Camaleonte si è trasformato in un volto conosciuto, condizione sufficiente per essere apprezzato da quell’italietta salottoTVdipendente che ha come ambizione due secondi di celebrità in cui urlare beota «Italia Uno!».
Sono queste figure dal volto conosciuto, destinate per il loro tipo di lavoro a muovere ingenti somme di denaro, ciò di cui certa imprenditoria legata alla criminalità ha bisogno.
Il Camaleonte è come un hub, sotto la cui identità di facciata convergono interessi e capitali provenienti dai personaggi più disparati e destinati alle attività più eterogenee.
Quando leggo i giornali, ormai sorrido con amarezza nel leggere le vecchie nomenclature, con le loro altisonanti eppur consolatorie definizioni: Mafia, Ndrangheta, Camorra.
Una figura come il Camaleonte è capace di trattare un ventaglio di attività amplissimo con tutti questi attori, senza essere affiliato a nessuna specifica associazione a delinquere.

Mentre io curavo i siti delle varie aziende del Camaleonte, studiavo le analytics di Facebook, indicizzavo pagine, i suoi appuntamenti potevano prevedere l’incontro con un produttore cinematografico americano come con un rom pescarese, un pranzo con un imprenditore nel campo dello smaltimento dei rifiuti seguito da un colloquio con un ex 41-bis uscito fresco fresco dal carcere di Marino del Tronto, e poi un funzionario Vaticano, una soubrette ex prostituta, un divo TV in declino, tutti nella stessa giornata di lavoro.
Tutti cambiando modi di fare e linguaggio per risultare empatico.
E ancora avvocati, commercialisti, o persone comuni, come me.

Non possedendo egli un’identità propria, spesso per fare affari con il Camaleonte basta possedere un nome, ed essere disposti a prestarglielo per il tempo necessario.
C’è anche gente normale bisognosa di soldi, cui altra gente normale suggerisce che il Camaleonte conosce persone generose, se uno dovesse avere un momentaneo bisogno di aiuto. Fatto salvo che non si fa nulla per nulla.
Dal canto mio, lusingato dai contatti con grandi aziende e personalità che mai avrei potuto avvicinare con le mie sole forze, ho lavorato per un paio d’anni in un clima d’intimidazione perenne, fingendo di non capire, ma prendendo parte, registrandole bene in mente, ad una serie infinita di operazioni anomale, per usare un eufemismo.
Mentre l’azienda di cui ero dipendente spendeva e spandeva, senza mai incassare, soldi venuti chissà da dove, ho creato loghi e prodotti inesistenti per società fantasma, ho ricevuto stipendi in nero consegnati nelle modalità più fantasiose (dalla Svizzera, con transazioni dall’estero, come rimborsi di spese mai effettuate ecc.), ho trasportato di mia mano una valigetta con centinaia di assegni postdatati, solo per non vedermi negare il mio - umile - stipendio. E così via.
Per due anni ho sopportato un lavaggio del cervello a base di a-morale capitalista («mio padre grande costruttore ha edificato una delle più importanti grandi opere in America latina» e poi ridendo «non si sa quanti lavoratori ci sono morti»), fascismo («dipendenti comunisti», «governo ladro», ecc.), complottismo («Io SO cosa c’è dietro, grazie alle mie conoscenze», «Saviano era un camorrista ed è sotto scorta perché un infame» ecc.), disfattismo («stanno chiudendo tutti», «sei fortunato a lavorare» ecc.) e qualunquismi per crearsi alibi («colpa dello Stato» «colpa dell’Euro»).
Persino i prodotti video commissionati dal nostro studio, erano materiale tossico per la società, sguazzando nell’oppio della religione e nel fango del complottismo e dell’antiscientismo.
Se qualcuno dovesse chiedersi come io abbia avuto accesso ad una tale mole di informazioni sensibili, al di là dell’essere contiguo al Camaleonte, potrei spiegare che è più facile chiedere due ore di straordinario ad un dipendente che sa che il suo titolare nasconde una pistola nel cassetto della scrivania.
A volte sei costretto ad accettare un ritardo nei pagamenti quando apprendi che «ho problemi nel farmi arrivare i soldi dalle Cayman».
Il pericolo di fuga di notizie era poca cosa rispetto a quanto le mezze verità fossero funzionali all’esercizio del potere.
Ogni tanto informazioni filtravano addirittura solo per vanagloria personale:
«Abbiamo investito 500mila euro in quell’ipermercato».
«Sai, quell’edificio storico a Napoli è nostro», diceva.
Ma abbiamo chi? E nostro di chi?
Per due anni ci siamo mossi in questo tipo di location, tra non-luoghi e ambienti di lusso, come se anche lo spazio d’azione in cui operava il Camaleonte fosse un correlativo oggettivo della sua etica, dove il vuoto di valori incarnato dai centri commerciali era il presupposto per poter spostare l’unico vero valore - il denaro - verso ville con piscina, alberghi, yacht, club privé.

Negli ultimi mesi in cui ho lavorato per lui, ho appreso di un nuovo business: il Camaleonte stava acquistando intere fabbriche all’asta fallimentare, per smontarle e rivenderle pezzo pezzo, e infine piazzarne anche il vuoto involucro, dato che «La crisi è una grande opportunità per chi sa coglierla».
Un paio di volte mi aveva portato con sé per scattare delle foto ai macchinari da rivendere, un lavoro un po’ diverso dal fare un bello scatto per pubblicizzare una SPA o uno still-life che valorizzasse una bottiglia di vino, ma «vieni con me, tu che sai fare le foto, se mi vanno bene questi affari ho più soldi da investire nella nostra attività».
E giù a fotografare linee di lavorazione, attrezzi trita-ghiaccio, muletti e persino tettoie arrugginite, in questi enormi stabili che la crisi ha disabitato lungo la vallata del Tronto, lasciandoli come cibi non digeriti dentro un intestino malato.
E il Camaleonte, come una divinità teriomorfa, in questo caso assumeva le sembianze della locusta, che passa, sbrana e poi migra verso altri campi.

È in occasione di uno di questi set fotografici sui generis che è successa una cosa troppo oltre per rimanere ancora indifferenti.
Eravamo andati alla fabbrica in quattro: io, il Camaleonte, il suo yes-man personale e un losco energumeno libico, che figurava come manodopera, ma la cui presenza era dovuta all’ammanco di alcuni tombini di ghisa trafugati allo stabilimento qualche notte prima.
Il Camaleonte era incazzato nero per il furto, e tuonava da giorni contro il ladro di metallo.
Quel giorno, tra le erbe incolte che stavano aggredendo la fabbrica, abbiamo trovato un cane in fin di vita, lasciato lì legato a scheletrire come la fabbrica stessa.
Con mia sorpresa, la creatura glaciale che non provava alcuna empatia per gli esseri umani, sembrava impazzito di rabbia per la crudeltà inferta alla bestiola inerme.
Avvolto il cane in una coperta e infilatolo svelti in auto, siamo sfrecciati dal veterinario, tra gli anatemi, come in quelle scene dei film in cui ad una donna si rompono le acque in taxi.
Indossata la maschera della posatezza e della pietas giusto per il tempo dell’interazione con il medico, siamo stati informati che l’animale era dotato di microchip.
Si poteva quindi risalire all’aguzzino che lo aveva abbandonato a morire di fame.
Ora, avevamo un nome e alcune ipotesi.
Chi aveva portato il cane nella fabbrica conosceva quel luogo nel nulla della zona industriale agonizzante.
Forse era qualcuno che era stato lì in precedenza per altri motivi.
Forse il motivo era il furto di tombini.
Forse qualcuno doveva pagare per entrambi i crimini.
Forse.
In un clima elettrico, i tre mi hanno portato con loro per la fretta di far partire la detection.
Dal nome e cognome del proprietario del cane ottenuto grazie al microchip, sono risaliti all’indirizzo del suo appartamento.
Non hanno trovato il figlio di puttana pezzo di merda, ma il fratello, che abitava lì vicino, gli ha detto che questi era dovuto partire per qualche mese a lavorare all’estero, e aveva affidato il cane a un suo amico rumeno, che evidentemente aveva ritenuto meglio liberarsene.
Bingo!
Rumeni. Furto di metalli.

La detection poteva trasformarsi in una caccia.
Era il momento di riportarmi in ufficio, da lì con alcune telefonate sono riusciti a parlare con l’indiziato: anche lui una persona normale, titolare di un piccolo esercizio commerciale anch’esso normale.
Calzata di nuovo la maschera dell’imprenditore dall’eloquio accattivante, il Camaleonte ha combinato un appuntamento d’affari con il rumeno, ignaro di «chi ha provato a truffare».
Io sono tornato al computer, e i tre sono usciti divorando lo spazio con sguardi febbrili.

Il giorno dopo, mentre in ufficio controllavo la mail aziendale, il Camaleonte entrò nel mio studiolo.
Forse perché ero stato in parte partecipe degli eventi del giorno prima, forse per mantenere quel costante clima d’intimidazione del tipo «chi è con me vince, chi è contro di me crepa».
Il Camaleonte mi si avvicinò con un sorriso sadico, e allungando il braccio che brandiva l’Iphone, ha premuto play su una registrazione.
Una portiera che si chiude, alcune domande bisbigliate, la parola tombini, poi una serie di insulti, gridati, coperti a volte da colpi sordi.
Urla, invocazioni, sepolte da altri insulti e minacce, altri colpi.

Il silenzio dei giusti è la convivenza costante col male, nel momento in cui non lo vediamo palesarsi.
È ciò che ci permette di utilizzare uno smartphone ignorando le condizioni disumane dei lavoratori nelle miniere di Coltan, ciò che ci fa fare il pieno dal benzinaio senza curarci delle guerre per il petrolio, ciò che ci fa riversare odio sui social con leggerezza, senza pensare che questo odio prima o poi prenderà forma e colpirà, un migrante ucciso con un pugno alla nuca, una donna sfregiata, un dipendente di Equitalia pestato.
E’ il silenzio che permette alla gente normale di godere della sicurezza degli oggetti e di una realtà di zucchero filato senza percepire il costante conflitto provocato dalle armate del demone Mammona.

Dopo aver manifestato, ancora liceale, contro le torture alla scuola Diaz e a Bolzaneto, mi ero ritrovato testimone e complice col mio silenzio, di un caso di tortura.
Il tizio rumeno si è presentato in ufficio qualche ora dopo, ossequioso, col volto tumefatto, tuttavia ancora in piedi, a discutere della propria situazione.
Da quel che credo di aver intuito, il furto è stato inteso come un prestito, che il povero fesso, impossibilitato a denunciare, un po’ per paura un po’ perché in fallo per il goffo crimine, avrebbe dovuto restituire nelle modalità stabilite dal Camaleonte.
Il cane, unico vero innocente in questa storia, più che il motore di una giustizia divina, era stato l’ennesimo alibi scaturito da un ragionamento aberrante: un ladro che si era permesso di infliggere sofferenze ad una bestia indifesa, era passibile, giustamente, di una pena della stessa entità.

Me ne andai tre settimane dopo quell'episodio.

Ora sono qui, nel mio appartamento in affitto, senza più grandi sogni di gloria, impegnato in una onesta carriera da freelance che lavora per piccole realtà locali.
L’edicolante di fiducia davanti le scuole medie che frequentai da ragazzo, ogni mese mi tiene da parte alcuni fumetti Bonelli, leggo i volantini cartacei dei supermarket per acquistare i prodotti in sconto, insomma, vivo una vita normale, dove i negozianti non sembrano avere altre attività notturne, il mio vicino di casa non sembra essersi fatto prestare soldi a usura per mandare avanti l’attività di famiglia, il politico locale sembra assegnare un appalto a una ditta non perché questa gli ha pagato una tangente.
Anche i miei colleghi sembrano tutte brave persone, pur evadendo due terzi delle tasse che dovrebbero pagare e sì, ci sono gli spacciatori, i venditori di merce contraffatta e le puttane ma una volta detto loro che non sono interessato alla merce che vendono, non mi sto tanto a domandare da dove essa arrivi.

Non ho mai più sentito il Camaleonte, da quando ho lasciato lo studio.
So che ha ripreso l’aspetto della locusta ed è migrato verso nuove coltivazioni da devastare.
A volte mi chiedo come io abbia potuto essere connivente ad una persona del genere.
Cerco di rispondermi che è difficile riconoscere il male quando veste abiti così antieroici: in queste confessioni non ci sono rapine, stupri, omicidi, dubito davvero che andrebbero bene per un'antologia noir.
A volte, persino, giungo a formulare una sorta di assoluzione per questo personaggio, dopotutto, il Camaleonte prende i colori dell’ambiente in cui vive.

Seduto in balcone, espiro il fumo di una sigaretta nella notte.
Lontano, pochi lampioni e luci, come occhi accesi, fanno assomigliare la nera sagoma del Monte dell'Ascensione ad un gigantesco essere disegnato dal fumettista che si fa chiamare Maicol e Mirco.
La creatura stende il proprio mantello di colline a cingere in un oscuro abbraccio la città di Ascoli addormentata.





lunedì 8 aprile 2019

L'estate della trap

La principessa persiana, dagli occhi di carta, cammina con lo sguardo incastrato nell’asfalto,
fissando un luogo tra disincanto e dis-incontro, forse cercando le vestigia di quella giornata in montagna a Fornisco, quando con gli amici scattarono quella foto così colorata,
o di quel festival a Bologna; una qualsiasi emozione.
Vecchi riflessi di sensazioni, come i baluginii della nafta nelle pozzanghere, ormai quasi dei racconti fantastici, che a volte lei usa a mo’ di carezze.
Cammina sotto un cielo immoto, simile ad una città all’una a Ferragosto.
Segue percorsi consolidati, che ha scavato negli ultimi anni, sempre uguali, quasi erodendo un labirinto nel quartiere, dove entrata ed uscita coincidono con la propria abitazione, all’interno della quale, nella sua camera da letto campeggiano ancora i poster di Luke Perry appesi da adolescente.
Non viste, le insegne dei negozi si librano su di lei, come le insegne al neon in una celebre sequenza di Taxi Driver.
Seguendo con lo sguardo le linee del marciapiede, osserva un’erba infestante fare capolino tra il travertino e l’asfalto.
Quanto sforzo, pensa.

Delle note echeggiano lontane nelle sue orecchie, quasi fossero attutite dai pollini piovuti dai pioppi.
E’ l’estate della trap, i ragazzini girovagano diffondendo la nuova musica cantata con l’autotune tramite altoparlanti bluetooth e apparecchi che mimano gli stereo anni 80, con un entusiasmo che tracima, tanto da dover essere comunicato anche ai passanti cui quella musica suona decisamente aliena.
In fin dei conti, riflette, il canto del vuoto è la colonna sonora adatta ai suoi giorni di inedia lavorativa, passeggiate a spirale e farmaci a base di Fluoxetina.

I viaggi in bici hanno la giusta velocità per produrre metafore: a 40km orari l’attenzione riesce a percepire gli stimoli, ma li coglie già condensati, come accade nei sogni, pensa, dal canto suo, il cavaliere nero.
E’ per questo che inforcando la ciclabile all’altezza dell’ex camping, accelera le pedalate, non riuscendo a guardare senza un groppo in gola la vite rossa che ingoia lo chalet della principessa Ariadne.
Non è stagione, altrimenti la metafora risulterebbe ancora più palese: un sipario chiuso, l'ultimo spettacolo.
Lo stabilimento balneare era il luogo della non conoscibilità,
dove lei conduceva la parte di vita che la loro giovinezza non condivideva.
Dietro la coltre d’erba rampicante si celavano amicizie e conoscenze solo di lei, e forse dei brandelli di serenità dietro un ghiacciolo, o nell’infrangersi come puro corpo tra le onde, in quei giorni in cui s’avvicina il temporale.
Poi ci si perde del tutto, in un 'timelapse' le foglie avviluppano ogni cosa, e mentre pedali,
finisci a pensare stranezze:
< Chissà se la panettiera si sarà accorta che la ragazza triste con gli occhi esotici non passa più di fronte alla sua vetrina shabby chic >.
Eppure un tempo, tra la principessa e il cavaliere, c’erano quella giornata in montagna a Fornisco, in cui lui impostò quell’autoscatto così colorato, e un lontano MTV day a Bologna, c’erano i discorsi su Rino Gaetano, e persino su Dio.

Adesso, sembra di stare a Thoiry.







giovedì 14 settembre 2017

VIVE LA FIN!


                          Ipse dixit et facta sunt. Ipse mandavit et creata sunt


Non sono paranoico come pensa Laetitia.
Semplicemente, come S.Giovanni, ho avuto il dono della visione.
Poi, si tratta solo di collegare segni ed eventi, come i puntini nel gioco della settimana enigmistica.
E scoprire che Tutto è marcio.

All’inizio credevo che la mia partenza per un non ancora precisato ruolo impiegatizio presso la Commissione Europea a Bruxelles ricadesse nell’ormai usuale copione: ”fuga di cervelli” dall’Italia.
A pensarci ora, in realtà, mi accorsi di respirare un’atmosfera diversa già scendendo dal bus che collega l’aeroporto Charleroi con la stazione Bruxelles – Midi.
I palazzi di ferro, vetro e cemento, tagliando il cielo secondo rigide geometrie assolutiste, creavano come una qualità differente dell’aria.
Al contrario di ciò che potrebbe esser dato pensare, l’urbanistica non sempre è espressione di un popolo; come ho avuto modo di capire, a volte essa è pianificata dall’oligarchia al potere per condizionare in modo imperscrutabile ed esoterico l’umore degli abitanti.
L’aria del Belgio aveva il sapore di un destino.

I primi tempi trovai una stanza nell’appartamento di François: un mio caro amico di Avignone che avevo conosciuto durante il mio Erasmus a Parigi e che adesso lavorava come documentarista in Belgio.
Avendo dimestichezza con la lingua francese, legai da subito anche con i simpatici artistoidi con cui condivideva l’affitto dell’appartamento: Justine, una conturbante fotografa ventiseienne e Jan, studente di pittura all’Académie, che tirava avanti lavorando come commesso in un piccolo supermercato.
Grazie alla loro frequentazione, non dovetti rimpiangere più di tanto l'esser costretto a congelare ciò che avevo appreso durante i miei studi umanistici per occuparmi di tutt’altro tipo di mansioni.
Passavo così giornate in ufficio a familiarizzare con i miei nuovi compiti lavorativi e serate di chiacchiere innaffiate da ottime birre locali.

Gli incubi sono iniziati un sabato.
Non dovendo lavorare, avevo approfittato per visitare il Musee des Beaux Art, prendendomi il tempo dovuto per ammirare sia i capolavori fiamminghi sia le opere moderne e contemporanee.
La sera, nonostante le proteste dello scettico François, insistetti per mangiare qualcosa di “tipico” in uno tra le decine di ristoranti gestiti da stranieri nelle vie laterali alla Grand Place.
Mangiammo delle non entusiasmanti Moules et Frites (cozze e patate fritte) accompagnate da moltissima birra.
Attraversammo la Piazza già un po’ brilli, senza soffermarci sulla bellezza che la fece decretare ‘Patrimonio dell’Umanità’ dall’UNESCO. 
Tanto meno notai il volenteroso tentativo di mettere un sigillo al Male apponendo in cima alla torre gotica dell’Hotel De Ville, una statua dell’Arcangelo Michele che affronta il Drago dell’Apocalisse.
Altre birre in un pub anarchico in pieno centro, stretti da una fauna colorita, bevuta e fumante di vagabondi, puttane e bohémien.
Perdendoci a discorrere di bizzarrie con dei ragazzi, François tenne banco parlando del regista Jan Bucquoy, dei movimenti anarchici in Belgio, della programmazione d’essai del ‘Cinema Nova’, ma la cosa che mi suggestionò di più fu il racconto di un ragazzo gay spagnolo su un “fosso” (non ho mai capito cosa fosse, per via del gap linguistico) sito proprio davanti al Palais Real e noto luogo di lussuria per uomini dello stesso sesso.
A stridere era questa prossimità tra la massima istituzione e l’ambiguo luogo d’appuntamenti; ormai ubriachi, con François ridemmo molto sull’eventualità di “cadere nel fosso” e venire assaliti da un’orda di omosessuali.
Io ripensai tra me e me alle assurde esternazioni del ministro leghista italiano Calderoli:
< Andremo a Bruxelles noi padani, porteremo un po' di saggezza della croce a quel popolo di pedofili! >.
All’epoca mi domandai il perché di questa rozza uscita sui pedofili; che cos’era successo in Belgio? Un fatto di cronaca…il “mostro di Marcinelle”…non ricordavo bene la vicenda.

Quella notte, sognai di essere nei pressi del Palazzo Reale, in una stasi animata simile a quella dei dipinti di De Chirico visti nel pomeriggio.
Da dentro l’edificio, provengono lontani suoni di stoviglie e brusio di convitati, come si stesse tenendo un banchetto di gala.
Nel sogno ho necessità di orinare, perciò cerco un anfratto addentrandomi in una sorta di buio parco antistante, con lo sguardo puntato al suolo per non inciampare sul terreno sconnesso.
D’un tratto, con quello che al cinema è chiamato ‘effetto Vertigo’, i miei occhi prendono coscienza di una voragine conica a terrazze molto profonda.
Il fosso.
Su ogni terrazza, sdraiati sulla fanghiglia, uomini nudi, dallo sguardo ipnotizzato.
In fondo, nell’occhio del gorgo, sta un groviglio di corpi nudi accatastati gli uni sugli altri come nei campi di sterminio nazisti; una sorta d’orgia di massa, ma dall’aspetto mortifero più che sessuale.
Gli uomini sulle terrazze si gettano al centro, sul “Maelstrom” di carni furenti, mentre altre persone, da altre direzioni, convergono.

Mi svegliai sudato e corsi in bagno, cercando di non pensare all’osceno mucchio di membra.
Da principio imputai il sogno d’angoscia al mix di mitili, frittura e birre ad alta gradazione.
Tuttavia, da quel giorno, con frequenza sempre maggiore, gli incubi continuarono a presentarsi, secondo uno schema fisso che univa strascichi diurni a tematiche che potrei definire escatologiche.

Non nascondo che iniziai a provare paura vera e propria, quando mi resi conto che i miei sogni erano una sorta di trasposizione meno visionaria - oserei dire moderna e medio borghese - dei deliri dipinti nel quindicesimo secolo da Hieronymus Bosch.
Così, mentre le giornate trascorrevano in una sorta di routine un po’ schizoide tra i doppiopetto nei palazzi del potere durante il giorno e aperitivi o serate a suon di birre trappiste, nel sonno mi capitava di vedere un arcangelo Michele di plastica lottare contro le schiere d’angeli ribelli, o l’Atomium visitato il pomeriggio deflagrare in un fungo atomico, le torri della legge prendere le fattezze della Torre di Babele e la presenza costante d’uomini nudi e ridanciani trasformare la capitale belga in una sorta di “paese della cuccagna”.
Per non parlare della presenza più perturbante in assoluto: il Mannequin-Pis, il bimbo orinante assurto a simbolo cittadino.
Nei miei sogni il bambino bronzeo è vivo, viscido, e ostenta in modo provocatorio il piccolo pene, tanto da farmi svegliare con addosso una terribile sensazione di sporco.
Le mie ricerche bibliotecarie non hanno fornito alcuna spiegazione credibile (documentata) al fatto che una cittadina abbia tra i propri simboli un bimbo nudo che orina.
< Simbolo dell’indipendenza di spirito degli abitanti di Bruxelles >. Mah.
                    

< porteremo un po' di saggezza della croce a quel popolo di  
   pedofili! >  

Ogni mattina in Rue de La Loi osservo con la stessa inquietudine i militari con i fucili mitragliatori che presidiano le strade e le statue bronzee di ragazzine adolescenti dai seni appena accennati ai piedi del palazzo in cui lavoro.
All’interno, assieme ad un team capitanato da un anziano, serafico funzionario, mi occupo di valutare progetti, e decidere quali finanziare.
Potrebbe sembrare un impiego neutrale, ma non c’è niente di più impattante sul mondo quanto decidere dove muovere un flusso di denaro.
Il battito d’ali di una farfalla provoca un uragano dall’altra parte del mondo.

Ora, sono giunto alla conclusione che tutto é collegato.
La teoria dei 6 gradi di separazione non è applicabile solo alle persone, ma a qualsiasi cosa.
Basta trovare le connessioni.
Ad esempio, prendiamo la Sezione Aurea, la Torah, la sequenza numerica di Fibonacci, lo sviluppo delle celle di un alveare, l’andamento delle borse, i frattali: ci sono abbastanza collegamenti per creare una storia (e il regista Darren Aronofsky l’ha fatto, col bellissimo film “ Pi “).
Il fascino morboso esercitato oggi dai social network  offre un’evidenza topografica, ancorché virtuale, a quest’ansia di connessione globale.
Gli angeli ribelli, la torre di Babele, la conoscenza universale Faustiana, la NATO, la UE, le banche, le multinazionali, Facebook, l'NSA, il terrorismo islamico.
Un serafico superiore il cui nome compare in un dossier sulla pedofilia.
Ecco servita un’altra storia.

La gran parte delle volte, l’orrore è sotto gli occhi di tutti, secondo il principio ben espresso nel racconto “ La lettera Rubata “ di Edgard Allan Poe.
E’ per questo principio che nessuno, a Bruxelles, si accorge che un palazzo, svettante all’orizzonte cittadino, diffonde segnali subliminali in forma matematica, facendo lampeggiare le finestre con luci colorate seguendo un’alternanza ben precisa, né che la pianta del Parco di Bruxelles antistante il Palazzo Reale vista da Googlearth ha una forma che richiama in modo inequivocabile un compasso

L’Arcangelo Michele, patrono della città, vigila inutilmente, mentre forze oscure eleggono la capitale del Belgio come sede dei più potenti organismi transnazionali occidentali.
Basta vivere poco tempo nella città per capire; l’atmosfera cosmopolita, le distanze brevissime da altre capitali Europee: Bruxelles è fisicamente il centro dell’Europa.

Anche i depistaggi delle mie ricerche bibliografiche non hanno nulla di sinistro, bensì il sapore dolce di un gaufre: la mia distrazione ha gli occhi azzurri, si chiama
- come dicevo - Laetizia, ed è molto più giovane di me.
L’ho conosciuta al Pub “Delirium Tremens” in una serata alticcia per entrambi.
Da allora il mio tempo libero resiste a malapena agli attacchi di quest’adorabile ninfetta e al suo palinsesto giovanilistico, che assecondo, ringiovanendo per un po’.
Le volte in cui mi stordisco con lei, di sesso, birre e hascisc, riesco anche a sopire i sogni.

Per fortuna, ma forse dovrei dire purtroppo, è arrivata tardi, quando ormai virtualmente avevo tutti gli elementi per ricomporre il puzzle.
Ora, affinché possiate giungere alle mie stesse conclusioni con naturalezza, trascrivo dal mio diario un paio di stralci relativi ai miei studi privati.
Il primo riguarda


Il Caso Dutroux

Il 12 agosto del 1996 viene arrestato l’elettricista Marc Dutroux, pedofilo e omicida che dal 1985 al 1996 ha agito indisturbato in Belgio e con ogni probabilità nell’Est Europeo.
Tra i delitti accertati, almeno 4 bimbe sequestrate, seviziate e uccise, e due bimbe strappate vive per miracolo dalla prigionia nella casa dell’orco.
“ Il mostro di Marcinelle”, nonostante una condanna a 13 anni di reclusione per sequestro e stupro di minorenni inflittagli 7 anni prima, ha commesso i suoi orrendi crimini godendo di libertà per buona condotta (per grazia dall’alto).
E’ la prima di tante tessere fuori posto in questa vicenda oscura, dove finiscono invischiate le istituzioni della nazione, fino a giungere alla Casa Reale.
Jean-Marc Connerotte, il magistrato cui venne affidato il caso, ha denunciato più volte i tentativi di insabbiare l’inchiesta da parte della polizia stessa, attraverso silenzi, inadempienze e depistaggi veri e propri.
Connerotte, dopo un'accesa battaglia con gli alti ufficiali della Gendarmerie, venne destituito dall’incarico, scatenando la protesta della popolazione belga, che marciò (invano) nella più grande manifestazione che si sia mai vista in Belgio.
Le proporzioni dell’indagine si erano d’altronde intuite, già nella settimana successiva all’arresto, nella quale la polizia incarcerava altre sette persone, tra cui Georges Zicot, ispettore nella polizia di Charleroi, accusato d’associazione a delinquere e falso nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio di Bernard Weinstein, pedofilo complice di Dutroux e da questo giustiziato, poiché aveva lasciato morire di fame due bimbe loro prigioniere.
Viene subito arrestata la moglie di Dutroux, Michele Martin, accusata di aver filmato gli stupri del marito, in cui comparivano «altre persone non identificate» mentre seviziavano bambini di non più di dieci anni.
Le autorità non fecero mai serie indagini per stabilire l'identità delle persone riprese.
Viene arrestato un tossico, Michel Lelièvre, come complice.
Il personaggio più compromettente coinvolto nel processo però, è l’imprenditore Marc Nihoul, sospettato di essere il tramite per un traffico di minorenni tra il mostro e alte sfere istituzionali.
Addirittura l’affare sembra avere diramazioni internazionali.
Il pedofilo Dutroux non è un caso isolato, ma appare come il “braccio armato” di una rete di criminali infiltrata ad ogni livello sociale.
Una rete criminale che procaccia minorenni a membri dell’alta società dediti ad orge, perversi baccanali dove gli innocenti sono seviziati e uccisi.
Qualcosa d’analogo a ciò che è accaduto in Italia col “Mostro di Firenze”.
Anche lì i mostri erano più d’uno; anche lì reticenze, inadempienze, depistaggi, uccisioni, persino.
Anche lì rimase insoluta la questione sui “mandanti occulti”, personaggi dell’alta società dediti a riti satanici e bisognosi d’omicidi e feticci strappati ai corpi.
Ma torniamo a Dutroux.
Non è questa la sede per ripercorrere il numero e il tipo d’ostacoli verso l’inchiesta: il poliziotto che sente i lamenti delle bimbe prigioniere e frettolosamente va via, le incredibili lungaggini del Giudice Istruttore e la sua mano lieve verso Dutroux - seguito da un team di quattro prestigiosi avvocati foraggiati da committenti misteriosi -, la rimozione del poliziotto che ha denunciato le irregolarità nell’inchiesta - una tra molte rimozioni, condite da processi, infamie, minacce -, le testimonianze infangate ad arte, la fuga dal carcere di Dutroux nel 98, il fallimento della commissione d’inchiesta parlamentare nata nel 96, anch’essa vittima di minacce e intimidazioni.
Il “processo del secolo” slitta sempre di più, le accuse si sgonfiano, gli imputati eccellenti vengono tutti assolti, chi per insufficienza di prove, chi per vizi di procedura.
Anche lo choc del paese, che nel 96 scese in Piazza per chiedere giustizia, pian piano sbiadisce.
Régina Louf, la cosiddetta testimone «X1», viene dichiarata pazza, e i suoi avvocati inquisiti.
Régina aveva riconosciuto Dutroux e Nihoul alla televisione.
Sosteneva di essere stata venduta e stuprata sin da bambina, e di aver partecipato a baccanali con altri minorenni, costretti a compiere bestialità d’ogni tipo, per poi finire torturati e uccisi.
Inoltre, indica Nihoul come uno degli assassini di una sua amica, Christine van Hees, 16 anni, ritrovata carbonizzata nel 1984.
Le testimonianze di Régina portano alla memoria elementi emersi in un passato ormai distante, che fanno temere una continuità “sistematica” di queste pratiche aberranti in certi ambienti.
Nel ’79, una banale storia d’infedeltà coniugale si trasformò in un caso esplosivo.
Il medico André Pinon, indagando su una presunta infedeltà della moglie, scoprì che i tradimenti di quest’ultima si consumavano in parties estremi, i cui partecipanti appartenevano alle più alte sfere della società belga: politici, membri della casa reale, ufficiali della NATO.
Le registrazioni effettuate ai danni dell’ex Signora Pinon, parlano con dovizia di particolari di minorenni sequestrati e violati in questi festini.
Queste registrazioni furono affidate al giornalista Jean-Claude Garrot, che intraprese un’inchiesta privata sul marciume venuto alla luce.
Il frutto dell’inchiesta, il cosiddetto “Dossier P”, venne realizzato affrontando durissime minacce e utilizzando ogni mezzo, anche ambiguo, se non illecito.
Tra i personaggi più sinistri esaminati da Garrot, troviamo l’ingegnere atomico Paul Latinus.

Teniamo a mente questo nome, perché a questo punto si apre un’altra sotto-cartella, su una vicenda altrettanto odiosa.
Collegata?
Tutto è collegato.


La Banda del Brabante Vallone

Negli anni tra il 1982 e il 1985, la regione belga del Brabante fu flagellata dalle azioni di una misteriosa banda di criminali, che operava sanguinarie rapine nei supermercati.
Tratti distintivi: l’efficienza delle azioni (attacchi simili ad incursioni militari, fughe agilissime alla guida) e la spietatezza delle stesse (massacri senza senso, feriti inoffensivi giustiziati a sangue freddo, conflitti a fuoco con la polizia cercati, invece che evitati ecc.) a fronte della scarsità dei bottini.
La ‘Banda del Brabante-Vallone’ compì almeno 16 azioni terroristiche, lasciandosi dietro 28 morti e 40 feriti; le modalità d’azione ricordano non poco la vicenda italiana della “Uno Bianca”, anche  se non si capirà mai se questa familiarità tra le due bande sia solo frutto del caso o ci sia dietro un disegno comune. 
Dopo i primi sospetti, dovuti al professionismo e insieme all’efferatezza del gruppo, e dopo i lavori di una prima commissione parlamentare d’inchiesta, ostacolata in ogni modo dai servizi segreti locali (SDRAVIII e STC/Mob – manovrati dalle direttive statunitensi e britanniche), la banda del Brabante-Vallone, risulterà essere una cellula terroristica legata ad un’organizzazione locale di ‘Stay Behind’.
I servizi belgi preferirono ergere un muro di silenzio, piuttosto che collaborare in misura anche minima alle indagini, a prezzo del loro stesso scioglimento.
Evidentemente, contavano più gli ordini delle reti segrete straniere, piuttosto che quelli dei Ministeri della Giustizia e della Difesa, da cui in teoria sarebbero dovuti dipendere.
La ricerca della verità non venne però abbandonata,  grazie anche allo sdegno della popolazione e della stampa, e nel 1997 una nuova commissione parlamentare produsse uno sconvolgente rapporto sulle connessioni tra ‘Banda del Brabante’ e ‘Stay Behind’.
Il rapporto denunciava errori, omissioni, insabbiamenti e depistaggi da parte di chi indagò sulla banda.
Il rapporto ipotizzava anche una qualche collaborazione tra i servizi segreti dell’esercito e il WNP, un’organizzazione d’estrema destra sviluppatasi nel 1979 dal ‘Front de la Jeunesse’ del 1975. 
Già negli anni della Banda, il gendarme Martial Lekeu aveva denunciato collegamenti tra i terroristi, la gendarmerie e i servizi, prima di dover fuggire dal Belgio a causa di minacce di rappresaglia violenta.
E’ una storia che conosciamo bene anche in Italia: uomini dei servizi compiono atti terroristici per destabilizzare l’opinione pubblica e preparare l’ordine democratico ad un golpe che dia una svolta a destra.
I Servizi Segreti non sono mai stati deviati, se non a livello programmatico.
Il terrorismo è un affare di stato, richiesto dal Patto Atlantico in chiave anti-comunista.
Nel 1990 nella sede del ‘Westland New Post’ furono rinvenuti documenti sulla Nato e sulla Gladio belga; WNP fece capire sfrontatamente di averli ricevuti dagli stessi servizi segreti.
L’uomo del WPN al centro degli intrighi tra estrema destra e servizi nazionali e stranieri era proprio Paul Latinus.
Dopo una carriera che passa per la DIA, il ‘club degli ufficiali di riserva del Brabante’ (organizzazione militare anti-comunista), il ‘Front de la Jeunesse’, l’organizzazione del WNP, collaborazione con la NATO, Latinus torna in Belgio dopo un esilio volontario nel Cile di Pinochet, proprio nell’81, poco prima dello scoppio di violenza e terrore innescato dagli atti della banda.
Il giornalista Jean-Claude Garot, autore di un’inchiesta sull’estrema destra, ha indagato a lungo su Latinus.
Questi, arrestato nel 1984, confermò le conclusioni cui la commissione su Gladio sarebbe giunta solo dopo anni ed anni: la banda del Brabante fu un’operazione terroristica di governi stranieri sul suolo belga, condotta con l’appoggio dei servizi interni.
Le confessioni di Latinus però ebbero vita breve: il 24 aprile del 1985 fu trovato morto, impiccato con la corda del telefono.
I dubbi se fosse davvero un suicidio o un omicidio camuffato non sono mai stati sciolti.
Il dettaglio più sconvolgente, però, è che Latinus possedeva una copia del “Dossier P”.


A mio parere, il quadro è piuttosto chiaro.
Lo scandalo Pedofilia e gli omicidi del Brabante sono collegati?
TUTTO E’ COLLEGATO.
I riti bestiali e sanguinari dell’alta società, all’apparenza inspiegabili, o semplicisticamente intesi come frutto di pura perversione, in realtà sono un allenamento per rendersi capaci di tutto.
Perché il POTERE ha un nemico, che per decenni di guerra fredda è stato confuso col Comunismo, ed è un nemico potente, che va affrontato con ogni mezzo.
< Addestrerò il mio cervello al male >, stuprando e uccidendo quanto vi sia di più innocente, per poter poi attuare piani militari, politici ed economici altrettanto perversi e sanguinari, per combattere a 360° questo nemico.
Il Comunismo è morto, ma la minaccia che sventola davanti ai signori dell’Occidente rimane reale e sarà sempre combattuta, in una guerra eterna: la minaccia di UNA SOCIETA’ EGUALITARIA.

Quello che sostengo, infatti, è che esiste un’oligarchia di bianchi signori del male, demoni o umani poco importa, un potentato trasversale, “multinazionale”, infiltrato a tutti gli alti livelli istituzionali: politica, esercito, magistratura, banche, imprenditoria.
Bilderberg, Massoneria, P2, la setta Skulls & Bones, Stay Behind, sono alcune delle manifestazioni di cui si sa qualcosa, perché evidentemente hanno dovuto esporsi di più, muovendo anche passi falsi.
< E’ un numero d’uomo > scrive Giovanni nell’Apocalisse, proprio per dire che il 666, “numero della bestia”, ha le caratteristiche dell’imperfezione.
Muovono l’economia con l’obbiettivo di concentrare più potere possibile in meno mani possibili e vessare il resto della popolazione globale.
Perché non si limitano al comando: loro scopo è aumentare le vite in gioco (di qui il progresso tecnologico che incentivano, spesso a dispetto di una qualità reale della vita), per poi tenerle in una “zona grigia” priva di speranze.
Lo sfavillio del “nuovo che avanza” acceca dal “vuoto che avanza”, poiché il loro potere aumenta con l’aumentare delle persone sofferenti.
La piramide, simbolo massonico che campeggia sui loro dollari, così come nei Templi Massonici di Bruxelles, sarà più imponente tanto più la base sarà ampia.
Persino le illusioni di fuga che hanno immesso sul mercato, non fanno altro che procurare dipendenze: la droga, la pornografia, lo stesso internet.
Il motivo? Sono stregoni, e hanno scoperto che la Pietra Filosofale, per così dire, atta ad incrementare Capitale e Potere, è IL MALE ASSOLUTO, ottenuto dal dolore degli altri.
Ammazzati, torturati, imprigionati, mutilati in guerre senza ragione, ammalati dall’inquinamento.
Ma anche schiavi moderni, lavoratori sfruttati, precari, diseredati, vecchi in ospizio.
Drogati, anoressiche, obesi videodipendenti.
Fosforo bianco, proiettili, manganelli, ma pure debito pubblico, crisi economiche, terrorismo, TV, creazione di nuovi bisogni: ogni arma è valida per piegare la volontà delle masse.
Sono vampiri delle speranze della gente, che riducono in uno stato di castrazione.
E’ per questo che il movimento cosiddetto No Global andava affrontato a quel modo a Genova nel 2001. Ricordo bene le manganellate in testa, ma soprattutto il terrore.
Si doveva ristabilire chi comandasse. Farne tastare potenza e impunità.

E anche noi eravamo poco più che bambini.
E’ per questo, che nessuno, come sempre, pagherà.
L’OLOCAUSTO, l’APOCALISSE, è PERENNE.
E non ci salverà alcun Dio, o perlomeno non quello Cristiano: la battaglia “per la vita” dei Cattolici non è un modo per far proliferare le persone, ma in condizioni di penitenza?
Lo stesso Credo cattolico non è un manifesto della rinuncia?
Il Cristo sanguinante inchiodato nelle loro Chiese non potrebbe esemplificare meglio ciò che vogliono da noi: 

gente eternamente morente.
Non è la Chiesa Cattolica il più gran serbatoio di pedofili ad oggi noto?
Il Cristianesimo è allo stesso tempo il loro ariete ed il loro alibi.
Il mondo sanguina dalla notte dei tempi per il cilicio che questi dannati vi hanno stretto attorno.

9 Aprile del corrente anno


Laetitia mi parla di uno Spring Festival universitario a Louvain La Neuve, una cittadina sita proprio nella regione del Brabante Vallone (francofono), a 30 km circa da Bruxelles, e m’invita ad andar lì con alcuni suoi amici.
Ci saranno molte bands in concerto, e come headliners si esibiranno i ‘Vive la Fete’, un  bel gruppo che conosco già, avendone scaricato alcuni pezzi in Italia.
L’idea di ascoltare qualcosa di gradevole e soprattutto familiare, dopo molto, unita al fatto – lo confesso – di provare gelosia nel lasciare andare la mia bimba da sola con amici maschi ad uno Spring Fest, ha fatto sì che accettassi l’invito.
Non credo sia come quei party selvaggi americani che si vedono su ‘YouPorn’, ma meglio non rischiare.

Raggiungendo Louvain La Neuve via treno, passando da Ottignies (del cui comune fa parte), si nota la prima peculiarità di questo luogo pieno di sorprese: i mezzi di trasporto pubblici scorrono tutti nel sottosuolo, così che le vie cittadine siano quasi tutte zone pedonali.
La ragione di questa scelta urbanistica, va cercata nella giovanissima e particolare storia del posto.
Louvain La Neuve è una piccola città progettata dopo lo scisma linguistico belga generato dal violento dibattito negli anni 60, in modo da ospitare gli studenti dell’Università francofona, separatisi dalla sede fiamminga di Louvain.
Un insediamento che inizia a sorgere dal nulla nel 69, mentre il mondo è incendiato dalla protesta giovanile.
Ogni terreno di Louvain La Neuve è di proprietà dell’Università, anche se sempre più persone  (10.000 negli anni 80, fino ai quasi 30.000 di oggi) vi si sono stabilite nel tempo, accanto ai 15.000 studenti che ospita ogni anno accademico.
Appena sceso dal treno, mi sembra di provare ancora la stessa sensazione atmosferica di quando raggiunsi Bruxelles.
E’ un’aria da “resa dei conti”.
Io, Laeti e gli amici ci immettiamo nel flusso di giovanissimi biondi scesi dal treno, diretti chi agli stand chi al supermercato a prender da bere.
E’ pomeriggio, ma vedo già parecchi ubriachi.
Il centro si presenta come un’enorme spianata di cemento, coperto dalla pavimentazione, e le costruzioni, case, negozi ecc. sono tutte fabbricate con gli stessi ciottoli e mattoncini.
Sono case di pochi piani e sembrano tutt’uno con il lastricato.
Si vedono solo ragazzi in giro.
Mi ricorda una sorta di Urbino, ma costruita con i materiali tipici dei non-luoghi per eccellenza: i centri commerciali.
Ormai ho visto sorgere molti quartieri progettati e costruiti secondo questi criteri in Italia.
Louvain La Neuve però, nella sua a-storicità, non è impersonale, ma ha la personalità del PROTOTIPO.
Un modello sperimentato qui, pronto per omologare il mondo a propria immagine, succhiandone l’anima con la scusa della funzionalità.
Se non fosse invasa da questa bolgia di giovani dall’aspetto ariano, Louvain La Neuve sembrerebbe anch’essa un De Chirico (nell’era della globalizzazione, però): un luogo dove qualcosa sta per accadere, o forse sta già accadendo.
Il Brabante…una zona dove mettere in atto esperimenti di controllo sociale a due passi dai centri direzionali della Capitale.

Passiamo le ore ascoltando live, bevendo tantissimo e fumando marijuana.
Decine di ragazzini si svuotano per le strade. Mi ricordano il Mannequin-Pis.
Decine di studenti ridono sguaiati. Mi ricordano gli uomini nei miei sogni.
Tra le varie persone con cui attacchiamo bottone, c’è un ragazzo che ricopre un ruolo diplomatico a livello universitario e avendomi visto incuriosito, decanta le virtù di questo posto giovanile, pieno di vita, di locali, di fermento.
Mi spiega, con la competenza di una guida turistica, che la città è nota anche per lo ‘Science Park’, il primo del Belgio e il più vasto della Vallonia.
Un’area enorme, nata per sviluppare la cooperazione tra le industrie e l’Università.
Gli sorrido, mentre in realtà dentro di me ripenso alle prime occupazioni scolastiche contro le cosiddette “privatizzazioni”.
Dove questo ragazzo vede un ottimo modello di sviluppo per il paese, io riconosco con timore la mano lunga degli interessi privati sulla cultura, con tutte le conseguenze che ne derivano.

Si avvicina l’ora dell’esibizione dei ‘Vive La Fete’.
Ci raggruppiamo tutti nella Piazza a loro destinata.
Mi gira la testa, ed inizio a sentirmi sempre più fuori posto; anche Laetitia mi sembra un’estranea. Forse è coinvolta.
Possibile che nessuno si renda conto che fa parte di uno spettacolo di marionette i cui fili sono tirati dall’alto?
Le casse iniziano a sparare musica.
Buio, volti eccitati.
     Louvain La Neuve l’hanno creata loro, gli stregoni del male, per sperimentare in vitro le proprie strategie di dominio globale, proprio sulla fetta di popolazione genericamente più critica: i giovani.
     Alcune luci dell’impianto si accendono e puntano le due sagome apparse sul palco; la folla accoglie il duo con un urlo unanime.
Hanno edificato un luogo senza passato, come una tabula rasa, dove concentrare uno zoo di cavie stordite dall’anestetico del divertimento e della socializzazione.
Un modello da esportare, come hanno fatto con le “fabbriche-rondine” nei paesi “in via di sviluppo”.
Con Facebook, si sono spinti ancora più in là, tramutando la socializzazione reale con una iper-socializzazione virtuale.
Progresso tecnologico in cambio di un’infanzia delle menti.
     Il cantante e chitarrista Danny Mommens veste Dark, mentre la scatenata Els Pynoo gli è complementare, bionda e agghindata come una bambolina non troppo vestita; canta con voce maliziosa, simulando orgasmi.
     Di certo nessuno si chiede che genere d’esperimenti si svolgano nello ‘Science Park’, quali direttive esso segua e perché.
Solo io so…l’ultimo sogno, quello dell’epifania, è da sveglio.
     Laetitia mi guarda sorridente, ma nelle sue pupille rosse vedo un vuoto senza futuro.
E mentre i ‘Vive la Fete’ cantano, io solo so che le loro tematiche spensierate (‘Nuit Blanche’, ‘Banana Split’, ‘Vivre sur video’ ecc.) e trasgressive (‘Merde a l’amour’, ‘Mon Dieu’) sono tutt’altro che innocue, ma fan parte di una strategia persuasiva ben precisa, mossa dagli stessi Demoni che hanno conquistato e seviziato il Congo , che praticano cacce alla volpe predando bambini innocenti, che manipolano le coscienze attraverso ogni media, che organizzano massacri nei supermercati se ciò dovesse servire ai loro fini.
     Col sembiante di Silhouette rosse retroilluminate dai fari, i due gran cerimonieri dell’inconsapevole Sabba in questo “giardino delle delizie” che è Louvain La Neuve,
sparano su una folla immemore le loro musiche e liriche Electroclash (genere “frivolo” e citazionista spinto all’inizio del nuovo millennio dalla scuderia d’artisti di un personaggio chiamato non a caso ‘DJ Hell’).

Non sono paranoico: i sogni mi hanno aperto la via per capire le loro trame.
Sono convinto che me li abbiano indotti loro stessi.
Loro vogliono che io sappia, perché hanno in mente qualcosa per me.
Questo spiegherebbe la mia destinazione alla burocrazia della Commissione, come discepolo di un professionista all’apparenza insospettabile.
E’ normale che negli ultimi tempi faccia qualche “scivolone” con l’alcool: sapere di far parte dei loro piani è insopportabile. 

< Mais qu'est ce que tu vois, Mon dieu,  Bang Bang! Bang Bang! >

I giovani, in questo luogo composto solo da giovani, alzano le braccia, ondeggiano le teste unanimi, ballano, si godono la festa.
La Festa.
Il momento del presente per eccellenza.
Uno stato d’essere precario.
E, autoestinguendosi, senza futuro.
E allora bevo, fumo, stampo un bacio falso sulle labbra di Laetitia, ballo, smozzico parole  sovrastate dalla musica e faccio ciò che vogliono, coloro che hanno reso il vivere stesso una persistente Apocalisse.
Vogliono non farmi pensare.
Di quello, si occuperanno loro.
E allora, sì:
< Vive la Fete! >
< Vive la Fete! > 
< Vive la Fete! >


















mercoledì 15 giugno 2016

Alter ego


Simone Danieli, destandosi un mattino da sogni agitati, trovò il cazzo di un altro al posto del proprio.
Non che il cazzo apparisse diverso: nell’inquadratura soggettiva del risveglio, campeggiava in un’erezione mattutina con lo stesso aspetto di sempre, di una lunghezza che aveva sempre ritenuto soddisfacente - stando alle misurazioni adolescenziali con un metro da sarta - lievemente curvo verso il basso e con un neo sul frenulo, persino quello al suo posto.
Lo tastò delicatamente, cercando di capire il perché di questa sensazione di estraneità.
Di fianco a lui, le coperte recavano ancora lo stampo stropicciato di Chiara, alzatasi presto per l’ennesimo colloquio di lavoro.
Il tatto sembrava funzionare in modo unilaterale, le dita percepivano la consistenza di quel pezzo di carne indurito, ma dal canto suo il pene non avvertiva in pieno lo sfioramento, come fosse “sfasato”.
La sindrome dell’arto fantasma, piuttosto nota, è una patologia per la quale si continua a percepire la presenza di un arto amputato, in questo caso, al contrario, Simone percepiva come amputata una struttura fisica esistente.
La sensazione continuò a protrarsi per tutta la giornata, in particolare durante la minzione, fino al rientro di Chiara, sulla porta della loro casetta, armata d’un sorriso spossato.
Simone non accennò alla cosa né durante la cena, né mentre raccontavano la giornata a vicenda, né a letto, dove crollarono di fronte ad un film, con la curiosità di sapere cosa avrebbe provato facendo l’amore sconfitta dalla paura di scoprirlo.
Sbolliti i furori dei primi mesi di frequentazione, da quando avevano iniziato a convivere, poteva succedere che vinti dalla stanchezza di certe giornate la sera non si facesse sesso, non ci fu bisogno di inventare scuse.
Simone finse di cadere addormentato, gli occhi chiusi a mascherare una veglia agitata, elettrica e nera, durante la quale pensò e pensò, elaborando teorie secondo le quali il suo membro era situato in un nodo tra le infinite dimensioni, dov’era avvenuto uno “scambio di fase” tra due Simone quasi del tutto identici, se non in alcuni dettagli.
Magari il fallo del Simone dell’altra dimensione, diversamente dal proprio, aveva conosciuto l’interno caldo di quella barista dark di cui entrambi loro si erano invaghiti all’età di 18 anni.
Nelle poche ore di sonno, sognò di possederla.
Si svegliò con un vago senso di colpa: era davvero innamorato di Chiara, che lo aspettava in sala, col viso mezzo coperto da una grossa tazza gialla fumante.
Da mesi ormai aveva messo a riposo la consueta fregola nei confronti delle altre donne.
Alternarono dialoghi, sorrisi, effusioni, perlopiù normali, privi di epifanie.
Quando Chiara uscì di casa, Simone mise in atto il geniale piano architettato sotto il consiglio della notte.
In un inedito uso sperimentale della masturbazione, con l’ausilio di alcuni video porno, indusse il cazzo alieno a venire.
Lo stimolo meccanico funzionò, ed anche le sensazioni fisiche furono le solite, ma il piacere pareva essere da un’altra parte.
Stare concentrato sulle proprie sensazioni, però, portò Simone ad accorgersi che da molto tempo non viveva un momento solo suo.
E’ una piaga dei nostri tempi di <c’è la Crisi>, il fatto che esistano adulti precari nel lavoro e nell’amore, che attraversano la vita passando da una relazione all’altra senza aver mai vissuto una convivenza con un partner.
Uno di questi è proprio Simone, abituato a un’indipendenza tale da aver sviluppato un individualismo così spiccato, che persino il non poter ascoltare più la sua musicaccia noise ad alto volume gli appariva come un’intollerabile violenza verso la propria personalità.
Negli ultimi tempi spesso erano queste privazioni, questi piccoli grandi compromessi, gli argomenti dei suoi ragionamenti ma ora entrò in bagno per sciacquarsi impensierito da ben altre faccende.
Mentre si strofinava il glande, guardò verso l’ampio specchio sopra il rubinetto del lavandino e non si riconobbe.
Rimase inerte a fissare lo sconosciuto impugnargli contro un uccello ammosciato, mentre l’acqua continuava a scrosciare.
Chi è questa copia di me? Pensò.
L’individuo allo specchio era in tutto e per tutto identico all’originale, non fosse per qualcosa nello sguardo fisso, non tanto vacuo quanto inconoscibile.
Quella sera Chiara attirò con le gambe il corpo di Simone.
Stavolta la penetrò in modo violento, ingelosito nel vedere la propria donna posseduta da colui che portava dentro di sé.

A metà settimana, Simone ricevette la chiamata da una casa di produzione per alcune giornate di lavoro come fonico, sul set di uno spot da girare in Emilia Romagna.
In genere queste trasferte erano una buona occasione per spezzare un po’ la routine - dolce, ma pur sempre routine - della vita domestica.
Stavolta, magari, il cambio d’aria e i ritmi frenetici del set lo avrebbero distratto dal tormentarsi la mente col convitato di pietra che in lui dimorava.
< Forse quel famoso ricambio cellulare che secondo alcuni avviene ogni 7 anni non è graduale, ma succede da un giorno all’altro, e il percepirsi diversi è un effetto che a qualcuno può capitare >
< E’ possibile che il cambiamento nello stile di vita dato dalla convivenza solleciti anche il rinnovamento cellulare, rendendo necessario una fase di assestamento > fantasticava invece, seduto sulla poltrona del Frecciarossa, sancendo l’illusorietà delle aspettative covate nei giorni precedenti.
< Magari è più semplice, e quando ci doniamo, ciò che resta è un altro >
Cercò di mettere da parte queste elucubrazioni, mentre scendeva a Bologna, cercando con lo sguardo il runner inviato dalla produzione.
L’autista avrebbe dovuto individuarlo con facilità per via dei borsoni pieni di attrezzatura tecnica.
Un giovane biondo, dallo sguardo vispo, si avvicinò
< Simone? >
< Sì, sono i…>

Lo sferragliare di un treno in transito, per alcuni secondi ingoiò ogni suono.