«
È la teoria del mondo di mezzo, compa'. Ci stanno, come si dice, i vivi
sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo. E allora vuol dire che ci
sta un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano e dici cazzo, com'è
possibile che quello...: le persone di quel tipo, di qualunque ceto, si
incontrano tutte là e anche la persona che sta nel sovramondo ha
interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le
può fare nessuno». (M. Carminati. Intercettazione Ros nell’ambito
dell’inchiesta «Mondo di Mezzo» della procura di Roma, 2014).
E’una storia vera.
Una storia nera.
Ho cominciato a lavorare per il Camaleonte nel 2014, in virtù delle mie competenze di grafico e social media manager.
Sono quel che si definirebbe una persona normale: famiglia d'origine medioborghese, contesto cattolico, studi universitari, una relazione stabile, un’ampia rete di amici e conoscenze, delle idee che potremmo dire di sinistra, delle dinamiche relazionali e di lavoro sane, per quanto permesso dalla precarietà di questi tempi.
Una di quelle persone la cui esistenza di solito scorre senza mai entrare in contatto con il mondo sommerso della criminalità.
Per quelli come me, una banca è un posto in cui depositare o ritirare soldi, una fabbrica è uno stabilimento che produce energie, infrastrutture o beni di consumo, un negozio è un luogo dove acquistare prodotti, un grande evento è un qualcosa per cui creare una campagna online, e le banconote uno strumento di pagamento con cui acquistare merci o servizi.
Sono uno che tende a guardare sempre «the bright side of the moon», senza speculare sui reali intrecci che muovono il denaro.
La stessa provincia di Ascoli Piceno, in cui vivo, è un luogo tediosamente tranquillo.
Certo, «qualche delitto senza pretese», assurto agli onori delle cronache, «lo abbiamo anche noi qui in paese», ma la percezione che si ha è quella di abitare in una realtà sicura, dove mantenendosi entro le righe della convivenza civile, ci si possa tenere ragionevolmente lontano dai guai.
Osservando i miei compaesani per le strade, nei centri commerciali, nei locali, sembra che la maggior parte di loro corrisponda a questo profilo.
Capiamoci, qui non è l’Eden: c’è chi vive in grigi quartieri periferici e arriva a stento a fine mese, ci sono i rissosi ultrà, i rissosi militanti di Casapound, i rissosi ubriaconi, e ancora tossici, spacciatori, topi d’appartamento, prostitute in strada ed escort in casa, i nigeriani fuori dai supermercati e i bangla che vendono le rose la notte, ma la maggioranza silenziosa appartiene ad una classe media più o meno agiata, al netto della crisi economica.
Entrare nello staff del Camaleonte è stato come rivelare col Luminol il fiume carsico di liquame che gorgoglia sotto la superficie di ciò che invece, sembra appartenere all’ordinarietà.
Giovane imprenditore arricchitosi con un business tipico degli anni 90, riciclatosi nel nuovo millennio con un’attività nel campo degli immobili di lusso, dopo la prima decade del 2000, il mio ex titolare si è reinventato nel campo che il berlusconismo aveva indicato come la via più facile per il successo: lo showbiz.
Il Camaleonte ha incarnato un progetto - parte per sua intuizione, parte per esigenze terze - in modo quasi scientifico.
Investendo milioni nel fabbricarsi una cornice di lusso, che desse l’idea della fama prima ancora di ottenere la fama per merito, creando giurie ad hoc per autoconferirsi premi, pagando testimonial televisivi per stargli accanto e dargli visibilità, pagando specialisti per ripulire la reputazione online e crearne una ex novo, legandosi ad alcuni dei più noti e controversi personaggi del nostro star system, il Camaleonte si è trasformato in un volto conosciuto, condizione sufficiente per essere apprezzato da quell’italietta salottoTVdipendente che ha come ambizione due secondi di celebrità in cui urlare beota «Italia Uno!».
Sono queste figure dal volto conosciuto, destinate per il loro tipo di lavoro a muovere ingenti somme di denaro, ciò di cui certa imprenditoria legata alla criminalità ha bisogno.
Il Camaleonte è come un hub, sotto la cui identità di facciata convergono interessi e capitali provenienti dai personaggi più disparati e destinati alle attività più eterogenee.
Quando leggo i giornali, ormai sorrido con amarezza nel leggere le vecchie nomenclature, con le loro altisonanti eppur consolatorie definizioni: Mafia, Ndrangheta, Camorra.
Una figura come il Camaleonte è capace di trattare un ventaglio di attività amplissimo con tutti questi attori, senza essere affiliato a nessuna specifica associazione a delinquere.
Mentre io curavo i siti delle varie aziende del Camaleonte, studiavo le analytics di Facebook, indicizzavo pagine, i suoi appuntamenti potevano prevedere l’incontro con un produttore cinematografico americano come con un rom pescarese, un pranzo con un imprenditore nel campo dello smaltimento dei rifiuti seguito da un colloquio con un ex 41-bis uscito fresco fresco dal carcere di Marino del Tronto, e poi un funzionario Vaticano, una soubrette ex prostituta, un divo TV in declino, tutti nella stessa giornata di lavoro.
Tutti cambiando modi di fare e linguaggio per risultare empatico.
E ancora avvocati, commercialisti, o persone comuni, come me.
Non possedendo egli un’identità propria, spesso per fare affari con il Camaleonte basta possedere un nome, ed essere disposti a prestarglielo per il tempo necessario.
C’è anche gente normale bisognosa di soldi, cui altra gente normale suggerisce che il Camaleonte conosce persone generose, se uno dovesse avere un momentaneo bisogno di aiuto. Fatto salvo che non si fa nulla per nulla.
Dal canto mio, lusingato dai contatti con grandi aziende e personalità che mai avrei potuto avvicinare con le mie sole forze, ho lavorato per un paio d’anni in un clima d’intimidazione perenne, fingendo di non capire, ma prendendo parte, registrandole bene in mente, ad una serie infinita di operazioni anomale, per usare un eufemismo.
Mentre l’azienda di cui ero dipendente spendeva e spandeva, senza mai incassare, soldi venuti chissà da dove, ho creato loghi e prodotti inesistenti per società fantasma, ho ricevuto stipendi in nero consegnati nelle modalità più fantasiose (dalla Svizzera, con transazioni dall’estero, come rimborsi di spese mai effettuate ecc.), ho trasportato di mia mano una valigetta con centinaia di assegni postdatati, solo per non vedermi negare il mio - umile - stipendio. E così via.
Per due anni ho sopportato un lavaggio del cervello a base di a-morale capitalista («mio padre grande costruttore ha edificato una delle più importanti grandi opere in America latina» e poi ridendo «non si sa quanti lavoratori ci sono morti»), fascismo («dipendenti comunisti», «governo ladro», ecc.), complottismo («Io SO cosa c’è dietro, grazie alle mie conoscenze», «Saviano era un camorrista ed è sotto scorta perché un infame» ecc.), disfattismo («stanno chiudendo tutti», «sei fortunato a lavorare» ecc.) e qualunquismi per crearsi alibi («colpa dello Stato» «colpa dell’Euro»).
Persino i prodotti video commissionati dal nostro studio, erano materiale tossico per la società, sguazzando nell’oppio della religione e nel fango del complottismo e dell’antiscientismo.
Se qualcuno dovesse chiedersi come io abbia avuto accesso ad una tale mole di informazioni sensibili, al di là dell’essere contiguo al Camaleonte, potrei spiegare che è più facile chiedere due ore di straordinario ad un dipendente che sa che il suo titolare nasconde una pistola nel cassetto della scrivania.
A volte sei costretto ad accettare un ritardo nei pagamenti quando apprendi che «ho problemi nel farmi arrivare i soldi dalle Cayman».
Il pericolo di fuga di notizie era poca cosa rispetto a quanto le mezze verità fossero funzionali all’esercizio del potere.
Ogni tanto informazioni filtravano addirittura solo per vanagloria personale:
«Abbiamo investito 500mila euro in quell’ipermercato».
«Sai, quell’edificio storico a Napoli è nostro», diceva.
Ma abbiamo chi? E nostro di chi?
Per due anni ci siamo mossi in questo tipo di location, tra non-luoghi e ambienti di lusso, come se anche lo spazio d’azione in cui operava il Camaleonte fosse un correlativo oggettivo della sua etica, dove il vuoto di valori incarnato dai centri commerciali era il presupposto per poter spostare l’unico vero valore - il denaro - verso ville con piscina, alberghi, yacht, club privé.
Negli ultimi mesi in cui ho lavorato per lui, ho appreso di un nuovo business: il Camaleonte stava acquistando intere fabbriche all’asta fallimentare, per smontarle e rivenderle pezzo pezzo, e infine piazzarne anche il vuoto involucro, dato che «La crisi è una grande opportunità per chi sa coglierla».
Un paio di volte mi aveva portato con sé per scattare delle foto ai macchinari da rivendere, un lavoro un po’ diverso dal fare un bello scatto per pubblicizzare una SPA o uno still-life che valorizzasse una bottiglia di vino, ma «vieni con me, tu che sai fare le foto, se mi vanno bene questi affari ho più soldi da investire nella nostra attività».
E giù a fotografare linee di lavorazione, attrezzi trita-ghiaccio, muletti e persino tettoie arrugginite, in questi enormi stabili che la crisi ha disabitato lungo la vallata del Tronto, lasciandoli come cibi non digeriti dentro un intestino malato.
E il Camaleonte, come una divinità teriomorfa, in questo caso assumeva le sembianze della locusta, che passa, sbrana e poi migra verso altri campi.
È in occasione di uno di questi set fotografici sui generis che è successa una cosa troppo oltre per rimanere ancora indifferenti.
Eravamo andati alla fabbrica in quattro: io, il Camaleonte, il suo yes-man personale e un losco energumeno libico, che figurava come manodopera, ma la cui presenza era dovuta all’ammanco di alcuni tombini di ghisa trafugati allo stabilimento qualche notte prima.
Il Camaleonte era incazzato nero per il furto, e tuonava da giorni contro il ladro di metallo.
Quel giorno, tra le erbe incolte che stavano aggredendo la fabbrica, abbiamo trovato un cane in fin di vita, lasciato lì legato a scheletrire come la fabbrica stessa.
Con mia sorpresa, la creatura glaciale che non provava alcuna empatia per gli esseri umani, sembrava impazzito di rabbia per la crudeltà inferta alla bestiola inerme.
Avvolto il cane in una coperta e infilatolo svelti in auto, siamo sfrecciati dal veterinario, tra gli anatemi, come in quelle scene dei film in cui ad una donna si rompono le acque in taxi.
Indossata la maschera della posatezza e della pietas giusto per il tempo dell’interazione con il medico, siamo stati informati che l’animale era dotato di microchip.
Si poteva quindi risalire all’aguzzino che lo aveva abbandonato a morire di fame.
Ora, avevamo un nome e alcune ipotesi.
Chi aveva portato il cane nella fabbrica conosceva quel luogo nel nulla della zona industriale agonizzante.
Forse era qualcuno che era stato lì in precedenza per altri motivi.
Forse il motivo era il furto di tombini.
Forse qualcuno doveva pagare per entrambi i crimini.
Forse.
In un clima elettrico, i tre mi hanno portato con loro per la fretta di far partire la detection.
Dal nome e cognome del proprietario del cane ottenuto grazie al microchip, sono risaliti all’indirizzo del suo appartamento.
Non hanno trovato il figlio di puttana pezzo di merda, ma il fratello, che abitava lì vicino, gli ha detto che questi era dovuto partire per qualche mese a lavorare all’estero, e aveva affidato il cane a un suo amico rumeno, che evidentemente aveva ritenuto meglio liberarsene.
Bingo!
Rumeni. Furto di metalli.
La detection poteva trasformarsi in una caccia.
Era il momento di riportarmi in ufficio, da lì con alcune telefonate sono riusciti a parlare con l’indiziato: anche lui una persona normale, titolare di un piccolo esercizio commerciale anch’esso normale.
Calzata di nuovo la maschera dell’imprenditore dall’eloquio accattivante, il Camaleonte ha combinato un appuntamento d’affari con il rumeno, ignaro di «chi ha provato a truffare».
Io sono tornato al computer, e i tre sono usciti divorando lo spazio con sguardi febbrili.
Il giorno dopo, mentre in ufficio controllavo la mail aziendale, il Camaleonte entrò nel mio studiolo.
Forse perché ero stato in parte partecipe degli eventi del giorno prima, forse per mantenere quel costante clima d’intimidazione del tipo «chi è con me vince, chi è contro di me crepa».
Il Camaleonte mi si avvicinò con un sorriso sadico, e allungando il braccio che brandiva l’Iphone, ha premuto play su una registrazione.
Una portiera che si chiude, alcune domande bisbigliate, la parola tombini, poi una serie di insulti, gridati, coperti a volte da colpi sordi.
Urla, invocazioni, sepolte da altri insulti e minacce, altri colpi.
Il silenzio dei giusti è la convivenza costante col male, nel momento in cui non lo vediamo palesarsi.
È ciò che ci permette di utilizzare uno smartphone ignorando le condizioni disumane dei lavoratori nelle miniere di Coltan, ciò che ci fa fare il pieno dal benzinaio senza curarci delle guerre per il petrolio, ciò che ci fa riversare odio sui social con leggerezza, senza pensare che questo odio prima o poi prenderà forma e colpirà, un migrante ucciso con un pugno alla nuca, una donna sfregiata, un dipendente di Equitalia pestato.
E’ il silenzio che permette alla gente normale di godere della sicurezza degli oggetti e di una realtà di zucchero filato senza percepire il costante conflitto provocato dalle armate del demone Mammona.
Dopo aver manifestato, ancora liceale, contro le torture alla scuola Diaz e a Bolzaneto, mi ero ritrovato testimone e complice col mio silenzio, di un caso di tortura.
Il tizio rumeno si è presentato in ufficio qualche ora dopo, ossequioso, col volto tumefatto, tuttavia ancora in piedi, a discutere della propria situazione.
Da quel che credo di aver intuito, il furto è stato inteso come un prestito, che il povero fesso, impossibilitato a denunciare, un po’ per paura un po’ perché in fallo per il goffo crimine, avrebbe dovuto restituire nelle modalità stabilite dal Camaleonte.
Il cane, unico vero innocente in questa storia, più che il motore di una giustizia divina, era stato l’ennesimo alibi scaturito da un ragionamento aberrante: un ladro che si era permesso di infliggere sofferenze ad una bestia indifesa, era passibile, giustamente, di una pena della stessa entità.
Me ne andai tre settimane dopo quell'episodio.
Ora sono qui, nel mio appartamento in affitto, senza più grandi sogni di gloria, impegnato in una onesta carriera da freelance che lavora per piccole realtà locali.
L’edicolante di fiducia davanti le scuole medie che frequentai da ragazzo, ogni mese mi tiene da parte alcuni fumetti Bonelli, leggo i volantini cartacei dei supermarket per acquistare i prodotti in sconto, insomma, vivo una vita normale, dove i negozianti non sembrano avere altre attività notturne, il mio vicino di casa non sembra essersi fatto prestare soldi a usura per mandare avanti l’attività di famiglia, il politico locale sembra assegnare un appalto a una ditta non perché questa gli ha pagato una tangente.
Anche i miei colleghi sembrano tutte brave persone, pur evadendo due terzi delle tasse che dovrebbero pagare e sì, ci sono gli spacciatori, i venditori di merce contraffatta e le puttane ma una volta detto loro che non sono interessato alla merce che vendono, non mi sto tanto a domandare da dove essa arrivi.
Non ho mai più sentito il Camaleonte, da quando ho lasciato lo studio.
So che ha ripreso l’aspetto della locusta ed è migrato verso nuove coltivazioni da devastare.
A volte mi chiedo come io abbia potuto essere connivente ad una persona del genere.
Cerco di rispondermi che è difficile riconoscere il male quando veste abiti così antieroici: in queste confessioni non ci sono rapine, stupri, omicidi, dubito davvero che andrebbero bene per un'antologia noir.
A volte, persino, giungo a formulare una sorta di assoluzione per questo personaggio, dopotutto, il Camaleonte prende i colori dell’ambiente in cui vive.
Seduto in balcone, espiro il fumo di una sigaretta nella notte.
Lontano, pochi lampioni e luci, come occhi accesi, fanno assomigliare la nera sagoma del Monte dell'Ascensione ad un gigantesco essere disegnato dal fumettista che si fa chiamare Maicol e Mirco.
La creatura stende il proprio mantello di colline a cingere in un oscuro abbraccio la città di Ascoli addormentata.