mercoledì 12 ottobre 2022

Una storia dettata dal cuore


Si presentò all’appuntamento con indosso un lungo cappotto rosso, fendendo la Piazza con passi eleganti.
Di lei conoscevo solo il nome romano, i capelli biondi, il taglio elfico del volto e che avevamo ballato alla festa della facoltà di medicina, una sera, ubriachi.
Mi sembrò la versione adulta della bambina nel film “Schindler’s List”; l’effetto catalizzante sul mio sguardo, almeno, fu simile, nel vederla solcare in diagonale il bianco del travertino.
Nonostante la mia smania citazionista e analogica, non mi è mai sembrato il caso di dirglielo, sapete: la bimba in quel film muore.
Per quanto, la morte, in questo momento, non aggiungerebbe molto alla mia condizione.
Le ho lasciato tutto me stesso e non so cosa ne abbia fatto.
Per la terza volta in vita mia, mi ritrovo col cuore spezzato.
Passatemi l’espressione banale; la mia vendetta non lo sarà, vedrete.
Per restare nel campo dei detti “logori e abusati”: la misura era colma.
Stringo più che posso l’oggetto che ho in mano, come per volerlo annullare.
Come per voler annullarmi.

La prima fu Elisa: ci amavamo in una nicchia nascosta sotto casa sua, vicino ad una scalinata antica fiancheggiata da alberi di pesco; unico testimone il cucciolo di pastore tedesco dei vicini.
La incantai con quel gioco del “telefono artigianale” realizzato con due bicchieri di plastica rossi di capodanno e lo spago ad unirli.
Le dissi che avrebbe dovuto farlo scendere dalla finestra a me sotto, attraverso i rami dell’ippocastano che precludevano la visuale.
Chissà se lo conserva ancora in qualche cassetto polveroso o se ha gettato anche quel nostro gioco, dopo me.

La seconda fu Irene: quando mi operai le tonsille, un anno prima che ci lasciassimo, mi regalò un allocco di peluche.
Io scherzavo, dicendole < Ma che è?  Un gufo? Porta sfiga! > e lei < ma no, è un allocco > e io
< cos è? Un insulto dissimulato? > e lei  < ma noooo, guarda che espressione ha, ti somiglia >
Alla fine era diventato il simbolo del nostro amore.
Fino alla fine, quella vera, quella inspiegabile.
Mi informò che ci stavamo separando, sul balcone di casa sua, in un silenzio assoluto rotto solo dallo stormire del vento e dai versi ignari del pappagallino regalatole dal nonno, scomparso quello stesso anno.
Mentre stringevo gli occhi e i denti, il terrazzo piangeva petali di gerani, come lacrime di sangue.

La terza è lei, che era tutto, ed animava gli spazi vuoti che ci piacevano tanto, così come la folla in cui la avvistavo, con occhi trepidanti.
Una volta, al luna park, vinse alle anatre un cuore morbidoso antistress con scritto
< Ti voglio bene >.
Me lo regalò col sorriso di chi sapeva di star compiendo l’atto meno stiloso della nostra relazione, e proprio per questo sguardo d’intesa quell’oggettaccio kitschissimo mi è sempre stato molto caro.

Fanculo.
Serro il pugno attorno al cuore morbidoso antistress fino a farmi gonfiare le vene.
Distruggere l’amore. Ecco cosa fare. Semplice.
Distruggere quell’illusione fatta di momenti e simboli, facendolo collassare su se stesso.

L’amore tradito, si sa, si rovescia nel proprio contrario.
E così le mie caratteristiche che tanto piacevano loro: i miei studi condotti con profitto, quella certa creatività, nonostante l’indirizzo scientifico, l’arrampicata sportiva, quella vena di “ follia controllata “ che le portava a pensare - a ragione - che avrei fatto qualsiasi cosa per renderle felici.

Chissà cosa avrà pensato Elisa, affacciandosi dalla finestra di camera sua, sorpresa dalla mia telefonata contraffatta, vedendo il pastore tedesco penzolare dai rami di un pesco, appeso con uno spago. Due bicchieri rossi legati al collo, a mo’ di campane a morte.

E che gelo avrà attanagliato l’animo di Irene, portando il becchime al pappagallino, come ogni mattina, nel ritrovarlo inerte con cucito, al posto della propria testa, un inequivocabile volto di peluche, lordo di sangue raggrumato.

Ma il capolavoro della vendetta tocca a lei.
C’è qualcosa di peggio che rovinare l’amore, infangando i ricordi.
Generare un senso di colpa assoluto, come la morte.
Sorrido di nuovo, d’un riso stentoreo, pisciando sangue dalle labbra.
Penso che sarei riuscito a farlo anche senza iniettarmi nulla in vena, ma volevo essere sicuro di riuscire.
Tra poco lei si collegherà con la webcam, come sempre, quando le squillo, per una delle nostre conversazioni amare da ex fidanzati.
Magari sorriderò ancora, anche se sarò senza vita.
In mano un bisturi, il mio cuore accanto al mouse e, affacciato dall’oscena cavità del petto,    in mezzo a tutto quel rosso, la stronza scritta
< Ti voglio bene >.