lunedì 8 aprile 2019

L'estate della trap

La principessa persiana, dagli occhi di carta, cammina con lo sguardo incastrato nell’asfalto,
fissando un luogo tra disincanto e dis-incontro, forse cercando le vestigia di quella giornata in montagna a Fornisco, quando con gli amici scattarono quella foto così colorata,
o di quel festival a Bologna; una qualsiasi emozione.
Vecchi riflessi di sensazioni, come i baluginii della nafta nelle pozzanghere, ormai quasi dei racconti fantastici, che a volte lei usa a mo’ di carezze.
Cammina sotto un cielo immoto, simile ad una città all’una a Ferragosto.
Segue percorsi consolidati, che ha scavato negli ultimi anni, sempre uguali, quasi erodendo un labirinto nel quartiere, dove entrata ed uscita coincidono con la propria abitazione, all’interno della quale, nella sua camera da letto campeggiano ancora i poster di Luke Perry appesi da adolescente.
Non viste, le insegne dei negozi si librano su di lei, come le insegne al neon in una celebre sequenza di Taxi Driver.
Seguendo con lo sguardo le linee del marciapiede, osserva un’erba infestante fare capolino tra il travertino e l’asfalto.
Quanto sforzo, pensa.

Delle note echeggiano lontane nelle sue orecchie, quasi fossero attutite dai pollini piovuti dai pioppi.
E’ l’estate della trap, i ragazzini girovagano diffondendo la nuova musica cantata con l’autotune tramite altoparlanti bluetooth e apparecchi che mimano gli stereo anni 80, con un entusiasmo che tracima, tanto da dover essere comunicato anche ai passanti cui quella musica suona decisamente aliena.
In fin dei conti, riflette, il canto del vuoto è la colonna sonora adatta ai suoi giorni di inedia lavorativa, passeggiate a spirale e farmaci a base di Fluoxetina.

I viaggi in bici hanno la giusta velocità per produrre metafore: a 40km orari l’attenzione riesce a percepire gli stimoli, ma li coglie già condensati, come accade nei sogni, pensa, dal canto suo, il cavaliere nero.
E’ per questo che inforcando la ciclabile all’altezza dell’ex camping, accelera le pedalate, non riuscendo a guardare senza un groppo in gola la vite rossa che ingoia lo chalet della principessa Ariadne.
Non è stagione, altrimenti la metafora risulterebbe ancora più palese: un sipario chiuso, l'ultimo spettacolo.
Lo stabilimento balneare era il luogo della non conoscibilità,
dove lei conduceva la parte di vita che la loro giovinezza non condivideva.
Dietro la coltre d’erba rampicante si celavano amicizie e conoscenze solo di lei, e forse dei brandelli di serenità dietro un ghiacciolo, o nell’infrangersi come puro corpo tra le onde, in quei giorni in cui s’avvicina il temporale.
Poi ci si perde del tutto, in un 'timelapse' le foglie avviluppano ogni cosa, e mentre pedali,
finisci a pensare stranezze:
< Chissà se la panettiera si sarà accorta che la ragazza triste con gli occhi esotici non passa più di fronte alla sua vetrina shabby chic >.
Eppure un tempo, tra la principessa e il cavaliere, c’erano quella giornata in montagna a Fornisco, in cui lui impostò quell’autoscatto così colorato, e un lontano MTV day a Bologna, c’erano i discorsi su Rino Gaetano, e persino su Dio.

Adesso, sembra di stare a Thoiry.