domenica 10 novembre 2013

Chimera


Parlavamo, scorrendo sull’asfalto morbido.
Io raccontavo della Turchia, della Siria.
Tu dicesti che l’amore è un sentimento sopravvalutato, e che non sarebbe servito poi un grande sforzo nel regalarti qualcosa che si sarebbe potuto chiamare, in maniera ragionevole, in quel modo.
Rimasi spiazzato, avendo sempre avuto un’idea assolutizzata, un quarto Stilnovista e tre quarti Romantica, dell’amore.
Qualcosa che implichi passione, condivisione, costanza, invenzione, sacrificio e 
- per quanto lo si voglia “gratuito” - biunivocità.
Un insieme di condizioni che mi ha sempre reso parco non tanto nell’innamorarmi quanto nel dichiarare un simile sentimento, che immaginavo altisonante, come un fuoco che arde sempre, e che come il fuoco può tanto scaldare che incendiare.

Yanartas, “pietra che brucia”, sulla Costa mediterranea occidentale della Turchia,
è il luogo che ha dato origine al mito della Chimera.
Sul versante roccioso del Monte Olympos, fiamme perenni sgorgano in maniera spontanea dal terreno.
Non c’è modo di estinguerle: se coperte in un punto, le vampe si propagano
nei paraggi.
Gli antichi attribuivano il fenomeno al respiro della leggendaria creatura polimorfa.

La metafora è che la fiamma che arde in eterno è generata da un mostro.
La morale è che su questa terra forse crescono meglio i semi del fuoco.

martedì 1 ottobre 2013


Ponte d’Ombra



Ma io lascio che le cose passino e mi sfiorino, perché non sono in grado di comprenderle.
                     Essere deboli in un mare verticale…
Paolo Benvegnù



Nell’ultimo periodo, il Precario aveva preso a vedere la propria vita come uno stretto pontile nero proiettato nel vuoto.
Un percorso, quindi, su cui muovere passo dopo passo con timore crescente, fino all’esito – almeno quello certo – della caduta.
Il tema della caduta ossessionava il Precario soprattutto da quando, finita la storia con Lei, il quadretto con alcune loro foto che Lei aveva composto come dono di compleanno, seguitava a precipitargli in testa ogni notte, mentre agitava le braccia in preda all’incubo ricorrente del ponte mozzo, del ponte molle, del ponte d’ombra.
Memento puntuale ed implacabile, il piombar giù dell’immagine di loro due felici durante una gita in vespa, o travestiti in modo buffo il giorno in cui si erano detti d’amarsi, era come una metafora che prendeva beffardamente vita.
Ciononostante, il Precario era incapace di spiccare quel quadretto instabile da quel chiodo troppo basso, perché almeno il passato, per quanto trascorso e finito dolorosamente, aveva qualcosa di rassicurante, in quanto concreto.
La concretezza, qualcosa che mancava sia alle prospettive future, sia al presente, costituito da numerose ore di tempo libero spese su Facebook.
Nel Social Network il Precario aveva creato un’identità virtuale di cui andare in qualche modo fiero.
I suoi post intelligenti tradivano i suoi studi universitari, ma l’ironia che li contraddistingueva in modo studiato ne stemperava la spocchia secondo un calcolato “understatement”.
Le sue foto mettevano in mostra una vita variegata con megapixel di colori e volti e interessi.
Le sue campagne civili e politiche, le sue cadenze nel postare, la sua playlist di canzoni ricercate ma non modaiole, il suo modo di rapportarsi con gli altri nella piattaforma, tutto delineava in modo calcolato un’etica, per gli esegeti che avessero voluto indagare su di lui.
Certo, era cosciente che anche tutto ciò fosse illusorio e né i suoi 500 e passa amici virtuali fossero dei così attenti analisti, né che il mezzo stesso, con la velocità del flusso dati, l’esibizionismo ecc, fosse un modo per capire te, bensì per mostrare .
E basta.
Il Precario finiva quasi per sperare che le teorie cospirazioniste-ma-non-troppo sulla creazione di un “corpo dati” tramite le informazioni condivise su Facebook, utile alle multinazionali quanto ai governi, fossero vere.
Anche in mano agli algoritmi di un software, un simile interesse per “l’auto messa in scena” ragionata della propria individualità, sarebbe stato comunque di conforto.
Invece i post in bacheca sprofondano rapidi, rimpiazzati da messaggi e link più recenti, in basso nello schermo, verso l’oblio.
Pensava cose del genere, il Precario, sedendo su una panchina piantata al limitare di una pista ciclabile e rivolta verso il muro di un alto palazzo in mattoni rossicci.
Uno di quei moderni casermoni funzionali, tutti identici ad ogni latitudine, costruiti per quelli come lui.
Anzi, per quelli messi un po’ meglio di lui, che al Precario un mutuo non l’avrebbero mai concesso.
La posizione di quella panchina, che tuttora obbliga a guardare fissi un muro cieco, mentre le finestre sono allineate su altre sezioni dello stabile e la vita scorre alle spalle, oltre a costituire un’ennesima metafora che il suo pensiero analogico
imbizzarrito – scovava ormai ovunque, gli ricordava, appunto, lo stesso tipo di alienazione celata dall’iper-socializzazione di fronte allo schermo del computer.
Quando c’era bel tempo, durante quella grigia primavera, il Precario si concedeva una sigaretta dopo ogni pranzo, in questo posto così annichilente da riuscire ad infrangere per qualche minuto persino l’immagine fissa che aveva di Lei.
Trovava qualcosa di pacificante in quell’orizzonte verticale di mattoni che specchiavano il nulla.
Forse, che dove non succede niente, non si rischia di cadere.

SD

lunedì 16 settembre 2013

Bomba Sinestesia














Disegni di Antoine C. 
Originariamente pubblicata (con testi tradotti in francese dallo stesso Antoine) sulla rivista indipendente “Turkey Comics” #16, vincitrice della sezione “Stampa Alternativa” al Festival Fumetto Angouleme 2008.