Ponte d’Ombra
M
a io lascio che le cose
passino e mi sfiorino, perché non sono in grado di comprenderle.
Essere deboli in un
mare verticale…
Paolo
Benvegnù
Nell’ultimo periodo, il
Precario aveva preso a vedere la propria vita come uno stretto
pontile nero proiettato nel vuoto.
Un percorso, quindi, su
cui muovere passo dopo passo con timore crescente, fino all’esito –
almeno quello certo – della caduta.
Il tema della caduta
ossessionava il Precario soprattutto da quando, finita la storia con
Lei, il quadretto con alcune loro foto che Lei aveva composto come
dono di compleanno, seguitava a precipitargli in testa ogni notte,
mentre agitava le braccia in preda all’incubo ricorrente del ponte
mozzo, del ponte molle, del ponte d’ombra.
Memento puntuale ed
implacabile, il piombar giù dell’immagine di loro due felici
durante una gita in vespa, o travestiti in modo buffo il giorno in
cui si erano detti d’amarsi, era come una metafora che prendeva
beffardamente vita.
Ciononostante, il Precario
era incapace di spiccare quel quadretto instabile da quel chiodo
troppo basso, perché almeno il passato, per quanto trascorso e
finito dolorosamente, aveva qualcosa di rassicurante, in quanto
concreto.
La concretezza, qualcosa
che mancava sia alle prospettive future, sia al presente, costituito
da numerose ore di tempo libero spese su Facebook.
Nel Social Network il
Precario aveva creato un’identità virtuale di cui andare in
qualche modo fiero.
I suoi post intelligenti
tradivano i suoi studi universitari, ma l’ironia che li
contraddistingueva in modo studiato ne stemperava la spocchia secondo
un calcolato “understatement”.
Le sue foto mettevano in
mostra una vita variegata con megapixel di colori e volti e
interessi.
Le sue campagne civili e
politiche, le sue cadenze nel postare, la sua playlist di canzoni
ricercate ma non modaiole, il suo modo di rapportarsi con gli altri
nella piattaforma, tutto delineava in modo calcolato un’etica, per
gli esegeti che avessero voluto indagare su di lui.
Certo, era cosciente che
anche tutto ciò fosse illusorio e né i suoi 500 e passa amici
virtuali fossero dei così attenti analisti, né che il mezzo stesso,
con la velocità del flusso dati, l’esibizionismo ecc, fosse un
modo per capire te,
bensì per mostrare
sé.
E basta.
Il Precario finiva quasi
per sperare che le teorie cospirazioniste-ma-non-troppo sulla
creazione di un “corpo dati” tramite le informazioni condivise su
Facebook, utile alle multinazionali quanto ai governi, fossero vere.
Anche in mano agli
algoritmi di un software, un simile interesse per “l’auto messa
in scena” ragionata della propria individualità, sarebbe stato
comunque di conforto.
Invece i post in bacheca
sprofondano rapidi, rimpiazzati da messaggi e link più recenti, in
basso nello schermo, verso l’oblio.
Pensava cose del genere,
il Precario, sedendo su una panchina piantata al limitare di una
pista ciclabile e rivolta verso il muro di un alto palazzo in mattoni
rossicci.
Uno di quei moderni
casermoni funzionali, tutti identici ad ogni latitudine, costruiti
per quelli come lui.
Anzi, per quelli messi un
po’ meglio di lui, che al Precario un mutuo non l’avrebbero mai
concesso.
La posizione di quella
panchina, che tuttora obbliga a guardare fissi un muro cieco, mentre
le finestre sono allineate su altre sezioni dello stabile e la vita
scorre alle spalle, oltre a costituire un’ennesima metafora che il
suo pensiero analogico
– imbizzarrito –
scovava ormai ovunque, gli ricordava, appunto, lo stesso tipo di
alienazione celata dall’iper-socializzazione di fronte allo schermo
del computer.
Quando c’era bel tempo,
durante quella grigia primavera, il Precario si concedeva una
sigaretta dopo ogni pranzo, in questo posto così annichilente da
riuscire ad infrangere per qualche minuto persino l’immagine fissa
che aveva di Lei.
Trovava qualcosa di
pacificante in quell’orizzonte verticale di mattoni che
specchiavano il nulla.
Forse, che dove non
succede niente, non si rischia di cadere.
SD